Ame, Guy Littell & Joseph Ride

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(tratta da  da http://www.rockline.it/intervista/ame-guy-littell-joseph-ride dove puoi anche leggerla)

Negli ultimi anni la Campania è stata terra fertile e prodiga di talenti musicali.

Dopo il grande bagno hip-hop degli anni novanta/duemila, giustificato dalle radici ‘black’ che in questa parte di sud hanno attecchito così profondamente (Napoli è sempre stata una grande fucina per il jazz ed il blues), l’ondata post-rock ha un pò scombinato le carte in tavola, rivelando delle tensioni rock mai precedentemente esternate.

Quello che invece ci ha sorpreso positivamente è l’entrata in campo di autori i cui generi sono troppo lontani nel tempo e nello spazio – rispetto a quello che ci si aspetta dall’attualità musicale nazionale – come il songwriting e le ballate struggenti da grandi spazi americani, il folk acustico, il paisley intimista ma anche certe inquietudini albioniche di ieri e di oggi, dai grandi cantautori dei settanta al pop più obliquo.

Tra i tanti artisti che potrebbero rientrare in questa presunta scena alt-folk all’ombra del Vesuvio  abbiamo scelto di intervistare Guy Littell (Gaetano Di Sarno), Joseph Ride (Giuseppe De Filippis) ed Ame (Enrico Carrino) perché sono quelli la cui visione sembra più ‘a fuoco’ e personale, ma anche perché nonostante una apparente vicinanza ‘emotiva’, la loro amicizia e la produzione comune dei loro ultimi lavori con Ferdinando Farro (del gruppo alt-blues Maybe I’m, altra gran bella realtà locale), i nostri sono molto diversi musicalmente tra di loro.

Su Rockline sono già stati recensiti alcuni loro lavori, ma leggiamo cosa hanno da dire i diretti interessati.

Siete dei songwriters, come nasce una vostra canzone? Cosa arriva prima nell’ispirazione, i testi o la musica?

A: Le mie canzoni nascono dalle cose che vivo, che mi colpiscono, che ascolto. Cerco sempre di parlare di cose vere, che mi riguardano, non di “mondi fantastici”, inventati. Non ho un vero’ modus operandi’ ,oggi una canzone può nascere da un testo , domani dalla musica.

J.R: Per quanto mi riguarda, credo accada tutto nel più “classico” dei modi. Solitamente parto da una vaga idea di melodia che ho in mente, poi arriva tutto il resto. Spesso mi capita anche di partire da un riff che mi prende bene. I testi comunque sono sempre la parte finale, tranne in qualche raro caso.

G.L: Di solito prima la musica. Una particolare sensazione, anche di pochi secondi, mi porta qualcosa e la prima reazione è quella di imbracciare la chitarra e iniziare a suonare cercando di dare un volto a quella sensazione. Quando ottengo qualcosa che mi convince inizio a cantarci su fino a quando ho un testo da poter scrivere. Il procedimento può durare pochi minuti o prendere più giorni ma in entrambi i casi cerco di rimanere fedele all’ispirazione, entità per la quale ho un immenso rispetto.

Vi sentite parte di una nascente scena alt-folk o vi sentite isolati nel vostro operare? Avete rapporti tra di voi o con altri musicisti della vostra area?

A: Non so se faccio parte di una scena e soprattutto di quale..noto una completa mancanza d’identità da parte di tutte le band che ascolto, me incluso. Suono da tanti anni e vuoi o non vuoi i “suoni che circolano nell’aria” ti influenzano tantissimo ed è giusto che sia così, però oggi noto un continuo “copiare” di suoni “antichi” e poco rappresentativi dei giorni nostri (dramma soprattutto italiano). Forse, se davvero esiste, la nostra è una scena  di “falsari senza bandiera”. Comunque conosco tanti musicisti, Guy Littell e soprattutto Joseph Ride con cui ho anche cominciato una collaborazione.

J.R: Non credo che si possa parlare di una vera e propria scena. Diciamo che da queste parti ultimamente c’è stato un incremento di gente che si sbatte parecchio per suonare in giro e promuoversi, ma non mi pare di aver notato una grandissima coesione tra gruppi o cantautori. Per me forse è anche prematuro parlarne. In generale ho buoni rapporti con altri gruppi campani e personalmente stimo molto Guy Littell e Ame come artisti solisti, che oltre ad essere amici sono anche musicisti con cui sto collaborando.

G.L: Parlare di una nascente scena alt-folk credo sia un pò azzardato, però è vero che dalle nostre parti (n.d.i. area vesuviana) e anche nel salernitano ci sono molti validi cantautori. Onestamente conosco poco coloro che cantano in italiano perché ho sempre ascoltato gente che canta in inglese, anche se il mio amore per la musica è sbocciato grazie a Battisti. Con Joseph Ride, mio grande amico, abbiamo scritto del materiale che, chissà, potrebbe anche venir fuori un giorno mentre con Ame ho avuto il grande piacere di condividere due shows e non mi dispiacerebbe ‘averci a che fare’ anche in studio…e ancora Healthy God, altro grande amico, anch’egli proveniente dal salernitano, col quale mi piacerebbe collaborare. In genere però si sta un pò per conto proprio in quanto c’è una grande voglia di sfondare che sviluppa un forte individualismo, di nichilismo verso l’interazione, di paura del confronto, paura di intaccare in qualche modo un’immagine che credi di esserti costruito ma della quale tutti ignorano l’esistenza. Facebook ha contribuito a tutto ciò e io vorrei dire ad alcuni colleghi:”la vostra fervida immaginazione usatela per scopi artistici, non trasformatela in paranoia, siate voi stessi, nessuno sta lì a studiare la vostra pagina Facebook, rilassatevi, che non vuol dire affatto prendersi poco sul serio ma semplicemente palesare il proprio personale amore per la musica che si presume esserci ed essere autentico”. In questi tempi difficili economicamente ed emotivamente, sembra che siam diventati tutti un pò più pragmatici e calcolatori ma un atteggiamento del genere non dovrebbe interessare più di tanto la musica che è qualcosa di prettamente emotivo, è libertà e questo non va dimenticato mai altrimenti i dischi usa e getta diventeranno sempre più numerosi. Qualcuno un mese fa diceva che Neil Young è archeologia. Oltre a non essere affatto d’accordo vorrei chiedergli:”.. e tu chi sei? Qual’è il tuo contributo?”. Voglio dire che proprio gente come Neil Young dovrebbe essere ancora un faro per molti.

Vi sentite penalizzati nel mondo delle attuali produzioni italiane per il fatto che l’indie che va per la maggiore è quello in lingua italiana o la cosa non vi comporta particolari problemi nei rapporti con le label nazionali? A: Beh.. forse un po’ penalizzato si, ma credo sia anche giusto che le label nostrane concentrino i loro sforzi su gruppi che cantano in lingua italiana, che può arrivare a tutti, senza filtri, dato che siamo per l’appunto italiani e non inglesi. D’altro canto però è  restrittivo che un’etichetta  non si apra  anche a forme linguistiche diverse dalla propria, dato che l’arte non dovrebbe avere schemi.

J.R: Finora non mi è ancora capitato di avere dei veri e propri rapporti con etichette nazionali. Immagino che decidere di cantare in una lingua diversa dall’italiano sia una scelta più rischiosa..ma in tutta onestà non so se sia veramente questo il problema. Da quello che ho capito si preferisce puntare sul sicuro, su artisti che in qualche modo rientrano nel “trend” del momento. Nessuno sembra essere più disposto a scommettere su realtà totalmente sconosciute, anche se si tratta di realtà oggettivamente interessanti. Nessuno vuole rischiare troppo. Magari mi sbaglio ma ho questa impressione.

G.L: Un pò ci sentiamo penalizzati perchè i soldi nella musica non girano come venti anni fa e – anche se interessate-  le labels ponderano molto bene le loro scelte e credo che l’italiano al momento sia preferito. Ho avuto riscontri molto positivi con “Later” da parte di alcune labels italiane ma alla fine c’erano sempre problemi di soldi. Devo però anche dire che, dopo numerosi live in giro per l’Italia ho avuto belle soddisfazioni dal pubblico e quindi ti rendi conto che se vuoi percorrere una strada devi farlo fino in fondo e forse così è possibile crearsi un pubblico fedele. E’ così anche per gente che firma per la Matador per dire, i numeri aumentano ma il principio è lo stesso, soprattutto oggi che tutto è così veloce, che davvero non si fa in tempo ad affezionarsi ad un artista che già si dichiara di amare alla follia quelli usciti dopo. Comunque non escludo affatto una svolta in italiano e tra l’altro ho già scritto brani in italiano in passato.

Potreste descrivere brevemente il vostro lavoro in studio? I suoni che sentiamo sono effettivamente quelli ‘da presa diretta’ o ci sono importanti fasi di remixaggio dopo il recording? E quest’ultimo è realizzato in digitale (come per molti, per ragioni economiche) o in analogico? Qualche aneddoto da raccontare sul lavoro in studio? A: I miei primi dischi sono stati registrati in maniera abbastanza grezza, microfono collegato ad una scheda audio per pc e l’immancabile Cubase, quindi in digitale. Nei primi due albums ci sono delle sovraincisioni e dato il budget  inesistente la resa sonora è molto scarsa, infatti è assente il mastering e il missaggio l’ho fatto io con le poche conoscenze che avevo. Per ”The King Of Tramps” ho acquistato un registratore portatile (sempre digitale) e abbiamo registrato tutto in presa diretta: volevo un sound volutamente “primitivo, registravamo per strada, ovunque ci trovassimo, proprio per rubare l’attimo e catturare un’atmosfera .Per il mastering e il missaggio è intervenuto Nando Farro.

J.R: Avevo una decina di canzoni, alcune di esse erano già parzialmente arrangiate. Il mio processo di registrazione è stato molto semplice, dopo aver registrato voci e chitarre acustiche, abbiamo iniziato a fare le batterie..è stato fatto tutto in casa, quindi ci siamo attrezzati con delle soluzioni spartane, tipo batterie senza grancassa, percussioni varie e qualche tastiera midi. Poi abbiamo aggiunto bassi e chitarre elettriche (tutto in digitale comunque). Oltre che in fase di ripresa, anche nel mix e nel mastering è stato Ferdinando Farro dei Maybe I’m – uno dei gruppi campani che apprezzo davvero – a curare il tutto.

G.L: “Later” ha degli arrangiamenti piuttosto elaborati in certi punti, nonostante la semplicità del risultato finale, quindi la presa diretta non era adatta ai nostri scopi. Ma non c’è stato nessun remixaggio, solo un unico missaggio curato da me e Ferdinando, fatto in digitale ma grazie al suo talento, ad alcuni trucchi del mestiere, sembra sia stato usato un banco analogico. Ha fatto uno splendido lavoro. Per quanto riguarda gli aneddoti, beh, niente di troppo singolare, ricordo solo che un giorno mi presentai da lui dopo non aver chiuso occhio per tutta la notte e anche lui per qualche motivo aveva dormito pochissimo quindi ci tenemmo svegli a vicenda. Fortunatamente è successo solo quella volta. Anche se per me, lo stato mentale e fisico sono sempre e comunque fonti di ispirazioni. Se a causa di questo un pezzo avesse avuto un andamento “sonnacchioso”, avrei detto “perfetto, teniamolo così”

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Ame

Qual è il feedback che avete dal pubblico nei locali in cui suonate ed il rapporto con agenzie di booking e gestori dei locali?
A: Il pubblico non è sempre lo stesso, alle volte è attento, alle volte distratto, preso dalle  proprie birre, però il riscontro il più delle volte è positivo. Ancora non ho avuto una collaborazione seria con le agenzie di booking, non so cosa aspettarmi. Per quanto riguarda i gestori dei locali lasciamo stare..non direi nulla di nuovo per chi è del settore.

GL: Il feedback del pubblico è qualcosa di imprevedibile. A volte sono stato molto soddisfatto altre volte molto meno. Ma fa parte del gioco e lo accetti. Ho la fortuna di avere un ottimo manager al quale posso parlare liberamente e il rapporto con i locali cambia anch’esso di volta in volta. Quello che ci dà sempre molto  fastidio – a me e al chitarrista Giuseppe Di Donna che mi accompagna già da due anni in tutti i miei live – è l’attaccamento ai soldi da parte dei gestori che è qualcosa di vergognoso perchè discutono anche su piccole cifre. Se il motore che mi spinge fosse il denaro avrei smesso già da un pò. Invece ritengo  che tutto fa esperienza nell’attesa di poter veder crescere sempre di più i momenti gratificanti.

A parte Ame, il cui essere ‘solista’ è più che evidente, il suono di Guy Littell e Joseph Ride fa molto ‘band’ e vi siete sicuramente avvalsi di amici turnisti per i vostri lavori: è una scelta voluta o obbligata? Potrebbero esserci evoluzioni in tal senso?

J.R:Ho registrato tutto più o meno da solo in questo EP. Non escludo che ci possano essere evoluzioni in tal senso.

G.L: E’ una scelta voluta e naturale: “Later” è stato concepito così. Per l’estate poi l’idea è quella di promuoverlo in elettrico, con una band, con un numero limitato di date. Io e Ferdinando siamo molto in sintonia e “Later” è il risultato di tale sintonia, l’ispirazione è venuta a trovarci in vari momenti e non era mai la stessa, quindi anche idee precedentemente discusse sono state soppiantate da nuova ispirazione. E’ stato un disco prodotto in totale libertà. La scelta di intraprendere un lungo tour prettamente acustico e’ nata dalla mia esigenza di  voler capire se le canzoni potessero mantenere il loro potenziale anche in una veste così scarna. La risposta del pubblico è stata positiva, io mi son divertito molto e quindi ho continuato. Per un futuro lavoro potrei dirti che sono stato molto  ispirato da questo tour acustico, ma non aggiungo altro, staremo a vedere.

Esistono dei progetti paralleli? Con chi vi piacerebbe collaborare o andare in tour?
A: Oltre a mandare avanti Ame collaboro con Joseph Ride come turnista,e partecipo  al neonato progetto”Mezcal”, dove suono il basso. Nei miei sogni mi piacerebbe collaborare con Xabier iriondo ,Diamanda Galas e Carla Bozulich.

J.R: Esiste un progetto parallelo, qualcosa ancora in via di definizione.. ma c’è. Per quanto riguarda le collaborazioni non saprei, non ci ho ancora pensato finora.

GL: Come ho detto prima c’è del materiale scritto con Joseph Ride del quale siamo felici, in un paio di occasioni abbiamo pensato che sarebbe bello farci qualcosa ma per ora ancora nulla si è mosso. Mi piacerebbe molto andare in tour con Joseph Ride , Ame, Healthy God, Maybe I’m e mi piacerebbe collaborare in studio con ognuno di loro.

Progetti per il futuro imminente?

A: L’uscita del prossimo disco, che segnerà una nuova evoluzione del progetto Ame. Poi sto facendo una revisione dei vecchi brani per un live set in totale solitudine aiutato da synth analogici, campionatori e altre diavolerie.

J.R: Un buon progetto per me potrebbe essere smettere di fare progetti. Di sicuro c’è la voglia di registrare materiale nuovo.

G.L: portare “Later” dal vivo con una band, anche solo per quattro o cinque date, quindi fermarmi per un pò e lavorare ad un nuovo album.

Tre musicisti o bands imprescindibili nella vs. formazione musicale e i tre dischi preferiti degli ultimi quindici mesi?

A: Tim Buckley , Xabier Iriondo e Trent Reznor. Per I dischi: In Animal Tongue di Evangelista, Halber Mensch degli Einsturzende Neubauten ed Entroducing di Dj Shadow.

J.R: Sinceramente non riesco a sceglierne tre su tutti, so che può sembrare scontato dirlo ma è veramente difficile. Per quanto riguarda i tre dischi preferiti degli ultimi quindici mesi, senza dubbio Apocalypse di Bill Callahan, Goblin di Tyler The Creator e Apokalypsis  di Chelsea Wolfe.

GL: Beh, ne sarebbero molti di più ma decido per Mark Lanegan, Neil Young e Nirvana. Per i dischi direi “Several Shades Of Why” di J Mascis, “Dynamite Steps” dei Twilight Singers e “Blues Funeral” di Mark Lanegan.

Enrico, tu provieni dalla provincia salernitana, area ultimamente affollata di progetti molto interessanti. Percepisci delle differenze nelle ‘scene’ musicali delle due città più importanti della regione o c’è un sano spirito di collaborazione?
A: Ultimamente non sto vivendo la scena musicale napoletana e non so che “spirito si respiri”; ho  amici come Guy Littell e Joseph Ride con i quali c’è un forte rispetto ma per il resto non ho la minima idea di cosa accada. Per quanto riguarda il Salernitano, fra gruppi si collabora, ma è più una cosa del tipo ”collaborazione & convenienza”..Il termine  “sano spirito” è del tutto inappropriato:ancora non ho visto qualcosa di sano!!

E’ soltanto una mia impressione o la famiglia Buckley rappresenta qualcosa di importante nella tua musica?
A: Si, soprattutto Tim Buckley.. Jeff era la “voce degli angeli”, ma il padre, oltre ad una voce fantastica, aveva un senso della sperimentazione verso il “nuovo” che trascendeva i canoni dell’epoca, e forse anche quelli odierni.
Cosa ci sarà di diverso nel tuo prossimo lavoro rispetto a King Of Tramps?
A: Sarà un ritorno  alle mie origini:i dischi precedenti nascevano da un adattamento forzato dettato dalla solitudine acustica,dalla mancanza di una band, dalla necessità di dovermi esprimere in qualche modo con i pochi mezzi a disposizione. Adesso invece torno al sound elettrico, sperimentale,dove le chitarre alle volte smettono di essere chitarre. Dove i rumori regnano incontrastati e la melodia spesso viene messa in castigo. Ci sarà anche un’altra novità che non rivelo, anche perché devo ancora trovare il coraggio per affrontarla..

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Joseph Ride

Giuseppe, sento molto paisley, pop-psichedelico e America underground degli anni ’80 e ’90 nelle tue canzoni. Come spieghi questa fascinazione così forte per un periodo che anagraficamente non hai potuto vivere?

J.R: E’ un vero mistero. A volte me lo chiedo anche io, di come sia possibile essere influenzati così tanto da un periodo musicale non vissuto in prima persona… eppure succede. Sarà la solita vecchia storia della musica e del suo essere senza tempo…chissà. Certo sarebbe figo anche farsi influenzare da artisti dal futuro..ma nessuno ci è ancora riuscito. Forse Syd Barrett ci è riuscito ai suoi tempi.

Visti i tuoi amori musicali, hai pensato di omaggiarne qualcuno con delle cover? Se si quali?

J.R: Sto preparando la cover di Bathysphere degli Smog. Inoltre ci sarebbe in cantiere anche la cover di un brano dei R.E.M.

Gaetano, sappiamo che ami il cinema. Cosa ci dovremmo aspettare da Guy Littell se un giorno ti commissionassero musica per una soundtrack? verrebbero fuori canzoni come quelle che conosciamo o lavoreresti in modo completamente diverso?

G.L: si, amo il cinema , soprattutto quello americano, recente o datato. In una precedente intervista mi è stato chiesto se avessi un sogno nel cassetto ed io risposi che mi sarebbe piaciuto lavorare ad una colonna sonora. Dopo una decina di giorni, il mio amico regista Sergio Panariello, completamente all’oscuro di tutto, mi ha telefonato chiedendomi di   lavorare ad una colonna sonora per il suo corto. Ovviamente ho risposto positivamente ed ho coinvolto nuovamente Ferdinando. Il corto mi è piaciuto subito e abbiamo lavorato in maniera piuttosto spedita e senza dubbio ‘diversa’ in quanto la mia personale ispirazione doveva incontrare i desideri di un’altra mente creativa e dover gestire le emozioni in modo diverso, funzionale a qualcosa non partorito da me, mi ha affascinato. Si tratta prevalentemente di un lavoro strumentale e sarà disponibile una volta che la produzione del corto sarà terminata. Ma ho scritto anche una canzone, ispirandomi alla trama ,che è stata inserita sui titoli di coda e che renderò nota appena il cortometraggio uscirà ufficialmente.

Sai che la tua voce ed il tuo modo di cantare sono atipici rispetto ai canoni del ‘bel canto’. Ti eserciti o fai un uso della voce prettamente emozionale?

G.L: non mi sono mai esercitato veramente, mi è sempre venuto naturale cantare in questo modo. Immagino che dopo molti live mi sia senza dubbio perfezionato, sempre a modo mio. E’ qualcosa sul quale non mi sono mai soffermato sul serio ma è vero che seguo molto l’istinto, le emozioni che mi dona il brano e cerco di rimanere fedele a ciò che sento senza smussarlo troppo.

Quanto sei cosciente del fatto che la tua musica ha un potenziale mainstream fortissimo?

G.L: Non saprei. Spesso sono gli altri ad intravedere questo potenziale e la cosa mi lascia indifferente perché mi viene tutto in modo naturale. Davvero non saprei. Però posso dirti di essere anche un grande fan del talento compositivo di  Elton John, ma non so in che misura mi abbia influenzato tutto ciò. E’ qualcosa che sta agli altri decidere. Ognuno è libero di sentirci le influenze che vuole e va bene così.

Hai ‘aperto’ degli shows per personaggi del calibro di Steve Wynn e Cesare Basile. Cosa ti hanno lasciato queste esperienze?

G.L: della serata con Basile avrò sempre un piacevole ricordo in quanto è stato il mio primo show condiviso con un nome importante. Per Steve Wynn, incontrato solo lo scorso novembre, la cosa è stata diversa; conoscevo molto bene il suo lavoro e lui è stato gentilissimo e disponibile, si è complimentato per lo show e mi ha ringraziato pubblicamente. Inoltre, nonostante non fosse un ‘sold-out’, lui ed Erik Van Loo  hanno suonato come se lo fosse. Quella serata mi ha donato molti bei momenti, sono molto fiero di aver condiviso il palco con lui e l’insegnamento è stato proprio vedere il suo approccio così spensierato e vigoroso alla musica. Basile ovviamente non è da meno, un grande che rispetto molto e col quale spero di collaborare prima o poi.

Rockline vi ringrazia per la Vostra disponibilità.
A: Grazie a voi per la vostra disponibilità e il vostro tempo.

J.R: Grazie a Rockline per l’ interesse mostrato nei nostri confronti. Ciao!

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