Gonjasufi

mu.zz.le

GONJASUFI – MU.ZZ.LE

Era la primavera del 2010, ma fu solo dopo qualche mese, con la  complicità del caldo e la leggerezza dell’estate che la Warp ci intontì con il colpo basso di ‘A Sufi and a Killer’.

Gli elementi  per ‘spaccare’ c’erano tutti a cominciare dal nome dell’etichetta, sempre avanti nella sue proposte di elettronica multisensoriale. Il personaggio, Gonjasufi, era intrigante quanto improbabile sin dal nome, curiosamente posizionato nell’hype alternativo e disorientante perché non si capiva bene dove volesse andare a parare.

Tra fun & games nel deserto del Mojave  –  mistico e cinematico  – e vivaci scenari bollywoodiani, tra Africa  degli antenati ‘Zion oriented’ ed accenni di rock liofilizzato, tra fumo di cylum a riempire l’aria e voce  graffiante come tutte le voci che hanno costellato le galassie del soul sporco senza mai citarle direttamente od offenderle ed infine con il suo rapporto professionale con l’intellighenzia nera dell’IDM, Flying Lotus, stavamo davvero immaginando una nuova mafia blackness alternativa sia allo strapotere mainstream dell’R&B e dell’hip-hop che alle nuove ectoplasmatiche figure dubstep che uscivano pretenziose e concettuali dalle fogne del Regno Unito.

Beh forse no, in realtà non ci aspettavamo tutto questo, ma l’idea che avessimo trovato il nostro angolino lounge/easy listening ‘a modo nostro’, quello sì (l’avrei anche mandato a mie spese a tutti gli stabilimenti balneari e gli chalet di Ostia Lido per dimostrare che esiste vita dopo Bob Marley).

Primavera 2012: esce MU.ZZ.LE e la prima traccia, White Picket Fence, è ancora stilosissima e trippy, lenta e sgranata. Fumosa. Il nostro maestro di dj-yoga è tornato. Anche Feedin’ Birds è pregna dello stesso fascino arcaico, ma quanto gracchiano ‘ste casse. E poi perché durano così poco i brani e soprattutto perchè finiscono così male? Come se il nostro si fosse stancato ed avesse preferito piuttosto andarsi a rullare un cannone. Troppa fatica. Il terzo brano poi è tamarrissimo, Nikels and Dimes, e le tastierine che usa vostro nipote (quello piccolo) sono molto molto più evolute e Rubberband ne è la sua (in)degna continuazione.  Venom è il suo brutto trip, gli ha preso proprio male a ‘sto giro. In Timeout – capisco la volontà di stordimento – ma stona così tanto che rasenta il fastidio (e sotto quel pianoforte drammatico…per carità). Siamo arrivati a Skin ma ormai il suono in decomposizione impastato alla voce non lascia più distinguere le tracce, echi lontani e dissolvenze veloci ed inutili. Blaksuit sarebbe il reggae che vuole alludere al dub ma che in realtà è proprio reggae, marcio magari e che dice troppe volte Zion. Sniffin’ è l’ultima traccia e no comment perché non ho più parole per commentarla.

Meno male che dura poco. Poco. Poco più di una presa per il culo.

Una volta detestavo il termine ‘musica di sottofondo’, ne rinnegavo la sua esistenza. Con questo disco ho scoperto che invece esiste.

Questa recensione l’ho scritta per FreakOut e la puoi leggere anche lì (http://www.freakout-online.com/album.aspx?idalbum=2435)

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