Mark Stewart

MARK STEWART – The Politics Of Envy

Mark Stewart a 4 anni dalla sua ultima produzione sostiene che questo è il suo lavoro solista di più alto profilo ma noi non considereremo il  ‘personaggio’ Mark Stewart per quello che ha significato nella storia della musica moderna: sarebbe troppo facile incensare The Politics Of Envy su queste basi.
Allo stesso modo, anche nel citare gli ‘special guests and friends’ del disco manterremo un basso profilo per evitare l’enfasi che inevitabilmente prende la mano quando si parla di ‘leggende’.

La difficoltà nel valutare quest’ opera senza considerare gli elementi che la compongono anche da una prospettiva storica però è notevole; per fare questo bisognerebbe forse partire dai suoi contenuti extra-musicali ma ci ritroveremmo a dire che questi testi sono banali perché somigliano ad un mix povero di slogan, invettive politiche e poesia dei disperati e questo ci porterebbe a giudicare questo album da una lente deformante e fuorviante poiché nessuno si sarebbe aspettato qualcosa di diverso in questo senso da Mark Stewart né da nessun altro alfiere di quel cortocircuito culturale degli anni ’80.

Resta quindi solo la strada della disamina verista, un crudo track by track senza gli sgambetti della memoria e delle lezioni di storia, perché non ci si può sempre far fottere dai simboli.

La coppia iniziale Vanity Kills (che ospita il film maker di culto Kenneth Anger al theremin e Richard Hell) ed Autonomia (proprio come la parola italiana in quanto dedicata a Carlo Giuliani) con Bobby Gillespie, risulta (volutamente?) fastidiosa perché ingombrante nel suo corredo di note sintetiche, finto-etniche ed il suo affollarsi di voci troppo sopra le righe in cerca del ritornello anthemico;  grooves molto catchy tra riff di elettrica campionata e sirene, industrial dance-metal hip-hoppettara adatta all’ultimo dancefloor che si racconta antagonista solo perché il ‘borghese’ è  già andato a nanna.

Molto meglio la tripletta  Gang WarCodex e Want con la prima che rallenta il ritmo in levare giamaicano superdub (e con Lee Scratch Perry del resto..) tra scorie trip-hop e frammenti vocali dubstep, la seconda dall’intro synth-ambient e dalla sua elettronica futuribile e frammentata, con un’attitudine punk nelle vocals che rende il tutto più sincero e meno pretenzioso e l’ultima che nella sua forma di electroclash sotto sedativo favorisce l’inclinazione del nostro nella sua rivoluzione sperimentale partita da lontano.
Poi c’è il volgare bordone synth di Gustav Says, le tastiere techno con coro incluso di Baby Bourgeois e l’apocalittica Method To Madness a farci cadere nelle decadenti derive neottantiane degli ibridi dance/new wave/goth che tanto vorremmo seppellire definitivamente.
Apocolypse Hotel, con Daddy G dei Massive Attack, è talmente greve,  minacciosa ed oscura da accattivare: sembra un incubo dei P.I.L. C’è anche tempo per una cover di David Bowie, Letter To Hermione, carica di grezza sensualità e rarefatta, prima della finale Stereotype con Keith Levene (chitarra di P.I.L. e Clash)  in cui i campioni post-punk  ritornano al massimo del loro singhiozzante splendore.
Un disco da spezzare in due; con una diversa sequenza delle tracce si sarebbe potuto dividere in ‘black side’ e ‘white side’: noi avremmo preso solo la parte ‘nera’, molto ‘avanti’ rispetto a certe produzioni contemporanee di genere nonostante l’età dei protagonisti, ma è la presenza dell’altra parte, quella che rifiutiamo, a sottolineare ancora una volta la natura rivoluzionaria, irriverente, incoerente, strafottente ed oltranzista di Mark Stewart che fin dai tempi del Pop Group ci mischia le carte in tavola.

(tratto da Freakout a questo link http://www.freakout-online.com/primopiano.aspx?idprimopiano=174)

A.Giulio Magliulo

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