Lee Ranaldo

Lee Ranaldo – Between Times and Tides

Avrete letto tra le nostre recenti  news che il ‘futuro è sempre più incerto per i Sonic Youth’.

Del resto chi ha amato ed ama i Sonic Youth difficilmente accetta l’idea che la loro sorgente ispirativa possa esaurirsi, ma d’altro canto dopo oltre venti album una delle band più importanti per il rock degli ultimi trent’anni può anche prendersi la famosa pausa che porterà o a grandi albums inaspettati o ad un glorioso scioglimento definitivo, perché dei Sonic Youth ‘morti viventi’ in giro per i palchi a reiterare il ‘già detto’  non riusciamo ad immaginarli.

Detto questo, i veri fan dovrebbero invece gioire perché in quanto a ispirazione, i due attori principali sembrano averne ancora in abbondanza a giudicare Demolished Thoughts di Thurstoon Moore dello scorso anno e questo Between Times And Tides dell’ex-allievo di Glenn Branca.

La differenza principale tra i due albums è molto semplice, visti in superficie: tanto proteso verso una dimensione folk-cantautoriale acustica ed intima quello di Moore, diametralmente opposto questo di Lee Ranaldo, con il suo suono corposo ed elettrico. Verrebbe da dire quindi che il marchio della casa madre se lo porta dietro lui, mentre il compagno ha scelto una strada forse oggi anche più battuta. Io la penso esattamente al contrario: ritrovo molto di più i Sonic Youth impigliati tra le corde di Demolished Thoughts (anche se fantasmatici ed impalpabili, la loro ‘essenza’ direi) che in questo album che come dicevamo, riprende solo in apparenza l’idea di certi riff storti e di luce livida di “quell’indie-rock lì”.

Sì, d’accordo che fin dall’inizio di Waiting On A Dream ci si aspetta da un momento all’altro l’entrata della voce di Kim Gordon, ma vi assicuro che non vi mancherà:  è il brano perfetto che mancava nella collezione degli anthem dei novanta, fintamente youthiano, sostanzialmente classico, alla Chris Brokaw. Off The Wall, altra ‘classica’, è facile pensarla cantata da Mascis e se da un lato quello è il background, dall’altro, per un talento del genere è facile mischiare le carte in tavola con delle aperture di pure-pop  ineffabile (consiglierei l’ascolto a Stephen Malkmus che magari evita dei pasticci come quello dell’anno scorso). Xtina As I Knew Her è forse quella più schiettamente youthiana, nulla da dire, ma quanto è evocativo il suono di questa chitarra spiritata? Ci si perde tra i flutti ‘delle maree e del tempo’ e legittima il titolo dell’album. Angles addirittura riprende le prime esperienze psichedeliche giovanili di Lee Ranaldo, in odore di acid-rock flower-power  tardo sessantino ma riproposto in un garage a sud di Manhattan, seguita dal dovuto momento  all-acoustic di Hammer Blows. Fire Island,  che nella strofa ricorda tantissimo I Don’t Want To Know If You ‘Re Lonely degli Husker Du (e poichè ovviamente Lee Ranaldo non ne ha bisogno, ci piace pensare ad una forma di amichevole citazione) comincia con un drammatico riff hard-rock  obliquo e finisce come un sabato pomeriggio su un’assolata panchina di Long Island: sublime. Lost  è quello che ci aspetteremmo tutti  i giorni in radio (ed ora che i R.E.M. non ci sono più quanto ne abbiamo bisogno).  Ancora bagliori spettrali e dolcissimi in Stranded come sogni nel dormiveglia e la promessa finale di Tomorrow Never Comes con le sue chitarre sature e gentili che infondono un ottimismo immotivato.

Tra gli ospitati nell’album figurano Nels Cline dei Wilco, Alan Licht, John Medeski, Steve Shelley, Jim’O’ Rourke e Bob Bert ed il co-produttore è  John Agnello. Between Times and Tides è  tra i migliori della classe, almeno nel primo semestre di questo 2012. New York. Pioggia sottile. Indie anni ’90. Respirare a pieni polmoni, non so quando ricapita di nuovo.

Articolo tratto da Freakout Online dove puoi anche leggerlo a questo link:
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