Barcelona Primavera Sound 2012

San Miguel Primavera Sound  – Barcelona, 31 Maggio, 1 e 2 Giugno 2012.

Affettuosamente chiamato il “Primavera”, per chi non lo conosce, questo festival è come la vetrina di dolciumi della più grande e prestigiosa pasticceria europea ‘nonsoloindie’ per un bimbo goloso.

Giunto all’undicesimo anno di vita, il Primavera Sound si pone come momento culturale sempre più importante per la  scena pop e rock internazionale ed è la somma degli eventi a cui dà vita – impossibile seguirli tutti – a restituirne la portata.

Il Festival si è tenuto dal 30 maggio al 3 giugno ma gli eventi cui si accennava, non solo musicali ma anche legati alla video-culture e alle arti grafiche, hanno avuto una durata ben più estesa, fungendo da vere anticipazioni in diverse location della città – sia pubbliche (parchi, piazze) che private (bar, locali..) – ai veri cinque giorni di ‘fuego’ che per noi sono stati tre, quelli più significativi dal punto di vista delle bands partecipanti che quest’anno erano circa 280 suddivise per otto palchi. Ogni palco è legato ad uno sponsor, non solo commerciale in senso stretto come San Miguel, Adidas, Ray Ban o Mini ma anche di cultura come ATP (All Tomorrow’s Parties, il festival nel festival – ed anche label discografica), Vice, che è il più grande magazine giovanile ‘sex, drugs and rock and roll’ oriented a distribuzione gratuita del mondo e Pitchfork, la bibbia online dell’universo ‘indie’.

Entrando nel merito dei concerti, all’interno degli spazi avveniristici del Parc del Forum in questa meravigliosa ed estenuante ‘tre giorni’ che ha contato in totale 147.000 presenze (42.000 il solo venerdì), abbiamo avuto modo di assistere ad un’incredibile miscellanea di nuovo e vecchio.

Seguendo un ordine cronologico, a causa della notevole fila del nostro primo giorno ci perdiamo A Storm Of Light ed entriamo mentre suonano gli Archers Of Loaf sul Ray Ban Stage: il loro spirito indie anni ’90 e le reminiscenze di tutto il Chapel Hill sound sembrano un ottimo biglietto da visita a quest’esperienza catalana.

La seconda band del giorno, per restare nella ‘golden age’ dell’indie americano è quella degli Afghan Whigs. Un po’ invecchiati nell’aspetto i componenti ma non il leader Greg Dulli né la loro musica, altamente emotiva nelle sue sfumature soul-grunge. Uno dei concerti più catartici di questo festival a testimonianza che questa reunion non è dettata da esigenze di carattere finanziario ma solo dalla voglia di calcare ancora il palco insieme. Peccato che per l’ansia di perdersi Lee Ranaldo (motivata dal fatto che il suo ultimo album Between Times and Tides è il miglior album indie rock di questa prima metà dell’anno per chi scrive) che sta suonando all’ATP Stage lasciamo le ‘parrucche afgane’ a metà. Lee Ranaldo è con Steve Shelley alla batteria ma non basta la magia di aver lì metà dei Sonic Youth perché l’audio è stranamente pessimo (e sottolineo ‘stranamente’ poiché i tecnici del festival si sono dimostrati dei professionisti di altissimo livello). In effetti si tratta degli ultimi dieci minuti del suo live ed abbiamo comunque la fortuna di ascoltare due dei brani più belli tratti da questo ultimo album, Waiting On A Dream e Fire Island.

Siamo al Ray Ban stage quando scendono le prime luci della sera; è il momento dei Mazzy Star. In attesa del nuovo album che uscirà quest’anno, Hope Sandoval strega il palco ed il pubblico, la chitarra intarsia ghirigori altamente psichedelici, suoni ormai appartenenti ad un passato glorioso che oggi solo da gruppi come Black Angels è lecito aspettarsi, ma purtroppo – come prima – c’è un’altra maledetta sovrapposizione che mi rapisce: il concomitante show dei Mudhoney all’ATP Stage. Sono quelle le chitarre che ora mi richiamano come le sirene di Ulisse, non resisto e mi ci fiondo: è il live più infuocato della giornata, nulla a che vedere con i Mudhoney visti appena qualche anno fa all’Alpheus di Roma. Sembra di essere ritornati nel pieno fulgore dei ’90. Wha-wha e fuzz stellari, un concentrato micidiale di Blue Cheer e malatissimo punk rock del nordovest americano. Quel trono scomodo (e ancora occupato) di Iggy Pop non trova ancora una degna alternativa a Mark Arm. I momenti più pregnanti del loro show (ma il tutto è stato memorabile) una torbida You Got It, un’orgiastica Hate The Police e In and Out of Grace, violentissima.

Neanche il tempo di asciugarsi il sudore grunge che ci imperla e già da lontano si sente Almost dei Wilco. Non c’è tregua. Gli ‘assolo’ infuocati di Nels Cline incendiano gli attempati followers ammassati sotto il San Miguel stage e tutti i brani tratti dall’ultimo album The Whole Love sembrano avere effettivamente una marcia in più. I Wilco live sono impressionanti e possiamo ben dire che il gruppo sta riscrivendo il rock americano.

Si ritorna all’ATP per uno degli eventi più attesi del festival e qui arriva la prima grande delusione: gli Sleep non ci sono. Increduli ed amareggiati cominciamo a fare battute ignobili sulle cause per cui il monolite stoner-doom non cadrà pesantemente sulle nostre teste (si dice che il problema sia di salute e la salute sia quella di Matt Pike…poi si viaggia di fantasia..). Ci dirigiamo in alternativa al palco verso cui non saremmo mai andati (un po’ per legge del contrappasso),  quello dei Franz Ferdinand e superati i minuti iniziali il buonumore ritorna e la voglia di ballare prende il sopravvento: alla fine ci divertiamo come degli idioti.

Ci penseranno successivamente i Wolves In The Throne Room a cancellare (metaforicamente si intende) i sorrisi dal nostro volto. L’ATP Stage è completamente immerso nel buio e dal fumo sintetico e le uniche luci sono i led blu degli strumenti. Cala il freddo su Barcelona (anche qui si si intende metaforicamente): screaming gelido, chitarre che ergono tappeti sinfonici, doppia cassa continua, epici ed alienanti. A modo loro grandi. La distanza dell’uomo e della sua società dal mondo della natura, la band di avantgarde black metal di Olympia ce la fa scontare tutta: dopo nulla più è come prima.

Un po’ incerti passeggiamo per rincuorarci tra i viali del Parc del Forum. La view sul Ray Ban stage intanto è pazzesca: un mare di corpi che si muove all’unisono sotto i colpi dei beat di John Talabot, promessa dell’elettronica che gioca in casa essendo di Barcelona, molto quotato da Pitchfork con la sua Chicago-house, disco e northern soul ed Erol Alkan che da vita ad un lunghissimo mega dj set che soddisfa pienamente le volontà festaiole degli spagnoli. Ma noi che siamo presenti fin dall’inizio non possiamo farcela, non ci pensiamo neanche e passiamo al Pitchfork stage ritenendo l’elettronica suonata dal vivo di The Field e quella quasi drone di Rustie sicuramente più interessanti per noi. Purtroppo il corpo vince sulla volontà e decidiamo di andare a nanna. Siamo morti che camminano. Sorridenti però. Del resto è ancora solo il primo giorno per noi.

Il secondo giorno lo inauguriamo patriotticamente con la prima delle due esibizioni italiane all’Adidas stage, palchetto  dedicato al Primavera Pro, l’evento nell’evento per i professionisti del settore. Boxeur The Coeur, la nuova creatura mutante di Paolo Iocca è la cosa più lontana che si possa immaginare dai suoi precedenti e meravigliosi Franklin Delano: nulla a che vedere con quelle sonorità un po’ slow-core fumose e desertiche. Oggi Paolo ci dà dentro di elettronica live e fa tutto da solo, aiutato dalla bella luce del tramonto e dalla brezza che soffia (l’Adidas stage è quello più vicino al mare, infatti c’è gente in costume con le sdraio qualche metro più in là) ed è impossibile restar fermi. Bella prova (per ulteriori dettagli, a novembre esce il suo November Uniform di cui presto parleremo nella sezione recensioni).

Mentre ci dirigiamo al Vice Stage per assistere all’inquisizione doom degli andalusi Orthodox ci soffermiamo sotto il palco sul quale si stanno esibendo The Chameleons: c’è molta gente per loro ma a quest’ora queste sonorità post-punk romantiche e demodè non fanno per me, e quindi, doom sia! Gli Orthodox hanno un appeal scenico notevole: penitenti incappucciati con anche i volti coperti e con tanto di cordoncino a stringere il collo: impressionanti. Musicalmente un po’ (tanto) monocordi ma di sicura suggestione come sull’oppressiva Alto Padre.

Una delle particolarità di questo festival, almeno per chi non segue percorsi omogenei stilisticamente parlando, è il trovarsi fiondati repentinamente in atmosfere diverse, infatti il prossimo live che ci apprestiamo a seguire al Mini Stage è quello dei Girls. Il palco è addobbato di fiori come ad un festival di Sanremo degli anni ’60, ci sono tre  splendide coriste di colore e Chris Owens con vestiti pastello non sembra il tossicone che appare nei vari video della bands. Sono tutti qui per i Girls a giudicare dalla distanza enorme che ci separa dal palco, ma nonostante questo si sente benissimo. Basta poco a conquistare il pubblico con quei gioiellini barocchi che rispondono al nome di My Ma, Alex, Honey Bunny ed ovviamente Vomit che lascia indifferenti forse solo i due pusher ubriachi che si aggirano tra il pubblico. Applausi meritatissimi.

Ritorniamo al Vice Stage per assistere agli ultimi brani dell’esibizione degli Harvey Milk. Premetto che al tempo di Life..the Best Game in Town, mi entusiasmai non poco per questa declinazione sudista diversa rispetto al consueto marciume sludge, ma on stage li ho trovati piuttosto noiosi. Poco male, la serata è ancora lunga ed ora tocca ai Melvins.

Ma i Melvins non ci saranno. Riviviamo la stessa delusione della serata precedente con gli Sleep e ripieghiamo sui Cure che come di consueto faranno tre ore di concerto. Nonostante tutto, i Cure sono dei veri professionisti. Ampio spazio ai brani sognanti tratti da Disintegration e momento amarcord-danzereccio con A Forest, poi dopo la prima ora lasciamo il mondo lì per andare al Vice stage dove si sta compiendo la nemesi dei Napalm Death: ho molto apprezzato l’ultimo album e non voglio perdermeli. Un massacro sonoro, una forza della natura, vagonate di anarchia vecchia e nuova in pieno volto con brani estratti da Scum a Utilitarian, consuete cover comprese.

Presto però mi pentirò di aver scelto i Napalm Death e di aver perso la cognizione del tempo poiché i Dirty Three non mi hanno certamente aspettato. Quando arrivo all’ATP Stage vedo Warren Ellis presissimo sul palco muoversi come Ian Anderson dei Jethro Tull con un archetto di violino lunghissimo, e considerandomi fortunato per aver almeno assistito al mio brano preferito, Some Summers They Drop Like Flies, prendo atto del fatto che i tre australiani mi avrebbero devastato molto di più rispetto ai Napalm Death. Pazienza!

La lezione mi è servita e decido da questo momento di assistere ai concerti che scelgo in modo completo, rassegnandomi definitivamente al fatto che mi perderò del tutto altre bands che pure avrei voluto vedere ed accettando che non ho il dono dell’ubiquità. Forte di questa decisione mi rifornisco di generi di conforto liquidi e mi metto seduto comodamente sui gradini dello stesso ATP stage per prepararmi allo show dei Codeine. E’ dalla metà dei novanta che i Codeine non sono in giro e questo ritorno riempie di gioia chi avendo una certa età non può che abbandonarsi al vero slow-core sofferto ed emotivo del trio. Teste che ciondolano, occhi chiusi, chitarre che feriscono ed aprono squarci  temporali su tempi lontani come fuoco che cova sotto la cenere. Si suona Frigid Stars. Immensi.

Concludiamo la seconda serata al Mini stage con i Death In Vegas, infinitamente più coinvolgenti che su disco. Elettronica, rock e psichedelia moderna si fondono, i bassi fanno tremare il petto, i Suicide che incontrano i My Bloody Valentine in una visione innegabilmente drogata e pop. Ipnotici.

Raccogliamo le energie per affrontare il terzo giorno, quello finale. Mi dirigo come un automa all’interno del Rockdelux Auditorium per l’esibizione acustica di Michael Gira.  La voce apocalittica di Mr. Gira, la stanchezza, le comodissime poltrone e l’aria condizionata han fatto si che vivessi il tutto in uno stato di sogno, con veri momenti di abbandono. Blind, Why I Ate My Wife, The God Of This Fuckin’ Land sono quelle che ricordo estrapolandole dal flusso onirico in cui ero immerso e dal quale ero richiamato a riemergere quando Michael Gira urlava.

Esco alquanto ristorato e mi reco all’Adidas stage per il secondo act italiano del festival, King Of the Opera, nuova creatura di Alberto Mariotti (ex Samuel Katarro). Nonostante la forte concorrenza che al momento c’è sugli altri palchi, c’è tanta gente ad assistere a questo live. E’ il primo concerto  per questa bizzarra creatura a metà tra un progetto solista ed una band (il primo in Italia sarà dopo qualche giorno a Pisa) che fa ballare tutti, inclusa Silvia Boschero di RAI Radio2 (la presentatrice di Moby Dick, il miglior programma radiofonico che dà spazio all’Italia emergente)  con il suo ibrido di weird blues, psichedelia acida e songwriting corrotto da un pop storto. E piacciono anche a Patti Smith e a Julian Cope, tanto per tirare fuori un paio di piccoli estimatori.

Dopo tocca ad Atlas Sound al Pitchfork stage. Bradford James Cox, tutto solo con la sua chitarra acustica riporta le stimmate della sua sofferenza sul suo corpo e nonostante dei problemi tecnici, continua a sorridere ed ad essere gentile e pacato e a riscattarsi nella bellezza delle sue canzoni, una specie di ‘nuova Americana’ abbagliata di luci ambient, rifrazioni pop e magie varie. Lo rivedrò da solo in aeroporto la domenica mattina nella sua giacca di jeans troppo grande  che si avvia ad Oporto per l’Optimus Festival.

Al Vice ci sono ora gli Olivia Tremor Control, ma sinteticamente mi sento di affermare che certo indie invecchia male e i fasti del passato non sempre per tutti ritornano. Sarà che in quanto a dolce pop psichedelico e vagamente allucinogeno oggi c’è ben altro in giro, quindi mi annoio e ritorno al Pitchfork per i Real Estate, altro gruppo troppo quotato. Melodie classiche, la semplice genuinità di certo pop venato di malinconia, tutto molto bello ma sono già proiettato sui gradini dell’ATP per gli Shellac. Non mi aspettavo che tutti si riversassero qui per gli Shellac: dall’alto si vede gente assiepata persino nel vialetto che conduce al palco. Parlo di migliaia di persone. E cosa aspettarsi da Steve Albini se non un’esibizione di nervi, furia e tensione (post)hardcore, provocazione e teatralità gestita con chirurgica maniacalità?

Conviene restare fermi al proprio posto alla fine degli Shellac perché adesso sullo stesso palco arriveranno i Godflesh, band che ha significato tanto per le generazioni a venire che ibridano l’impatto del metal con l’oscurità dell’industrial. Justin Broadrick in libera uscita dai suoi Jesu ancora riesce a fare tanto male e dal suo devastante set spiccano su tutte Spite, sulla quale temiamo si stacchi la testa dal nostro collo mentre Mothra è odio puro. Intanto scorrono immagini di  violenza, morte e devastazione, ma anche religione (che in fondo è la stessa cosa) ed arte estrema e nera. Ne usciamo realmente annichiliti.

Per riprenderci guadagnamo il San Miguel stage dove i Justice stanno tenendo un mega party. L’allestimento scenico è grandioso, con la grande croce bianca fluorescente ed una montagna di Marshall sulla quale dei led illuminano a tempo i beat del duo francese. E’ un’orgia di synth distorti e sequencer sulla quale sembra che stia danzando tutto il mondo, ma a tutto ciò preferisco dopo un po’ il Pop Group con il suo punk-funk politicamente scorretto ed efficace nonostante la veneranda età dei componenti. Esemplari per le nuove generazioni e con un Mark Stewart in grande forma.

Sono circa le 3.30, ho il volo molte ore dopo, i miei compagni son già partiti da un po’, non mi resta che sedere insensibile sui gradini del Ray Ban stage dove Neon Indian (Alan Palomo) con le sue fantasie elettroniche di synth-pop, glam psichedelico ed italo-disco lascia divertire uno splendido pubblico che danza leggero come fossimo all’inizio del festival. Grande popolo gli spagnoli, perfette creature della notte. Lascio il Forum e arrivo a casa dopo circa otto ore, sono sveglio da ventotto ore ed ho dormito in totale nove ore su settantadue di festival, cioè in tre giorni. Ma non riesco a non pensare che a maggio 2013 voglio essere di nuovo lì.

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