The Next Wave

il

AA.VV – The Next Wave (A Buzz Supreme)

 

The Next Wave con la sua didascalia ‘una raccolta sulla nuova scena fiorentina’ fa simpatia già solo a leggere la copertina, ancor prima di sondarne i contenuti e di leggere, nel booklet interno, le note di Elena Raugei, ‘the mind’ dell’operazione ed importante firma della stampa musicale italiana.

Perché l’intento è chiaro: la prossima onda è quella che ci sarà ma anche quella che potrebbe non esserci poiché quello che è stato uno dei semi del rock italiano indipendente, cioè la scena new wave fiorentina degli anni ’80, non deve (e non può) più essere il masso che spinge giù in un inutile confronto su ‘ciò che è stato’ per poi trovare giustificazioni al perché del ‘rock che è morto’ o è morente, che in Italia manca una cultura del rock come i relativi spazi e così via… storie che sentiamo da decenni e che non portano da nessuna parte anche perché non più attuali. Forse le parole della stessa Elena semplificano il concetto quando dice ‘la musica, per fortuna è andata avanti’.  Quindi già l’ironia che traspare dal titolo sembra un ottimo biglietto da visita.

Altro deus ex-machina dell’operazione è Andrea Sbaragli di A Buzz Supreme che ha reso possibile l’operazione con l’idea più vecchia e più nuova che possa esserci nelle musiche che ascoltiamo: l’autoproduzione totale, mezzo che permette alle bands di muoversi liberamente nei circuiti e nei canali che vogliono essere ricettivi e aderire ad essi senza troppi compromessi.

I 18 brani che compongono la raccolta rappresentano lavori già usciti, versioni alternative o anticipazioni di nuovi albums a venire e sono un po’ lo stato dell’arte della scena musicale toscana.

I Blue Willa (ex Baby Blue) prodotti da Carla Bozulich ed unePassante aprono le danze ed indicano nuove strade più espressioniste al post-punk. Altra importante presenza sono i King of the Opera (ex Samuel Katarro, che abbiamo avuto modo di apprezzare qualche mese fa al loro debutto internazionale al Barcelona Primavera Sound) con il loro art-rock totale mentre I Kill The Nice Guy propongono un indie nervoso, tirato e finalmente ‘femminile’, in opposizione a questa manìa delle ‘cantantesse’ folk  che sembra andare per la maggiore.

Si ritorna all’inglese con i Walking The Cow, band di più ampio respiro rispetto ad un possibile panorama internazionale poiché propone un brano che ibrida certo indie-pop con cadenze folk mai troppo introspettive e ci lascia piacevoli suggestioni vissute intorno alla metà degli anni novanta con le migliori indie bands statunitensi femminili ed anche i The Vickers sembrano essere positivamente infettati dalla stessa solarità dell’indie dai colori pastello di quel periodo.

The Hacienda poi conquistano prepotentemente il titolo tra i migliori della lista con i loro frizzanti riff  garage fusi a ritornelli alla At Drive-in non da tutti, giocandosela con i successivi Velvet Score forti di una vena melodica pulitissima e veli di malinconia estiva a iosa (possono ricordare degli Amor Fou in inglese ed è un complimento!).

Ad eccezione di Mangiacassette, che è assimilabile a certo indie italiano sulla stessa lunghezza d’onda di Brunori Sas e dei Tribuna Ludu, wave con accenni gotici e industrial senza chitarra che piacerebbe sia ai fans dei CCCP che degli oVo, forse sono gli altri brani cantati in italiano a risultare più deboli.

La traccia dei Bad Apple Sons per esempio, pur godendo di buona struttura ed intuizioni forse finisce per pagare un po’ troppo un tributo ‘marleniano’ , soprattutto in certi passaggi vocali simili a quelli del Godano mentre i  GranProgetto,  gli Underfloor e La Duma non lasciano troppo un segno di sé con i loro brani non sufficientemente penetranti: non bastano belle code rock o viole evocative che fanno capolino ad evitare certe sensazioni di deja vu, cioè quell’inclinazione all’italico vizietto di ‘cantarsi addosso’ in una ricerca di  intimismo poetico a volte un po’ estenuante, sia nei toni che nelle liriche.

Ci sono poi i Plastic Violence con i loro soundscapes decadenti, i Ka Mate Ka Ora che cavalcano il riflusso shoegaze, i Karl Max Was A Broker con i loro accenti math ed infine i Dilatazione con la loro (disco)wave mutante tutta synth e fiati.

Lunga vita dunque a questo tipo di operazioni che senza farsi affossare da esso, sono comunque un ‘memento’ dei bei tempi in cui giravano le compilation su cassetta, quelle che non ponevano barriere tra generi e quindi permettevano di conoscere ciò che c’era in giro con rischio noia uguale a zero.

(questa recensione l’ho scritta qui per Rockline)

 

 

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Un commento Aggiungi il tuo

  1. Antonio Russo ha detto:

    Beh…..se vogliamo, le Wave passate (in tutto il mondo) sono arrivate a riva anche grazie a queste operazioni. Posso anche capire, che il non sempre produttivo confronto con il passato più o meno glorioso (non che la new wave nostrana mi abbia mai entusiasmato più di tanto), nel recente passato, abbia affossato più di una scena rock del Belpaese……ma siamo seri…….al di là dello stucchevole “si stava meglio ai tempi belli di una volta”, il vero macigno con cui si confronta chi fa musica oggi è un’indole genetica alla canzonetta all’italiana. Ce l’hai così radicata nei timpani, che per quanto tu possa essere free, alla fine quella merda torna sempre a galla……..e direi che l’esempio più da manuale, per questo concetto, sono i Marlene. Questo ovviamente non toglie nulla alla genuinità di certe operazioni, e al valore di certe realtà musicali……..il mio è un discorso d’insieme….e l’insieme, in Italia, alla lunga, ha sempre fatto schifo.
    P.s. prima che qualcuno lo faccia presente……come sempre, quando si parla di musica nostrana, quei 4 o 5 anni a cavallo tra 68 e 73 fanno un po storia a parte……perchè quel prog aveva ben poco di nostrano!

    Mi piace

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