Le Rose

Le Rose

Isole 51 42 S 057 51 WEP (PostoSegreto rec.)

Un mondo parallelo fantastico, immaginario e pieno di promesse fu quello che a suo tempo prospettarono  i Kraftwerk. Quella nuova estetica, non solo musicale, viste le conseguenze sul nostro presente – questo sì musicale – è stata una delle più importanti rivoluzioni della ‘pop culture’ del secolo scorso soprattutto per una ragione: il suo totale affrancamento dalla radice afroamericana che ha sempre caratterizzato la musica e la cultura giovanile, almeno fino a quel momento.

Fatta eccezione per alcuni tra i più importanti compositori del novecento che la cultura ‘ufficiale’ definirà poi ‘avanguardisti’, senza quella magnifica rivoluzione pop, di quella che oggi definiamo vagamente  ‘elettronica’ avremmo ben poco e quasi sicuramente lo avremmo in forma diversa (e questo vale sia per  l’ambient isolazionista che per l’electroclash, cioè sia per quelle musiche ritenute concettualmente alte a finire a quelle decisamente più volgari).

E tutto questo, con Le Rose c’entra nella misura in cui è la natura stessa del giardino in cui esse fioriscono a suggerirlo. Non è importante – in quest’ottica – evidenziare che Le Rose occupino una posizione nella scena elettronica italiana probabilmente ancora vacante quanto piuttosto notare che il loro approccio è puro, quasi virginale:  hanno sognato lo stesso sogno dei Kraftwerk, al di là degli esiti.

Diverse sono in Isole 51 42 S 057 51 WEP le componenti che si contendono la centralità dell’ascolto: prevarranno quelle che lasceranno esercitare all’ascoltatore la sua più ampia capacità di proiezione e questo è ovviamente molto soggettivo. Dire quindi che le soluzioni che Le Rose propongono in Isole.. partono da ondate di algido ed immacolato technopop che spesso va poi ad infrangersi su spiagge di nostalgica italo-disco e che patterns di vetero-dance si riappropriano con aristocratico coraggio di ciò che da anni il ‘french-touch’ ruba può essere vero ma magari non preponderante.

Le Rose vanno incoraggiate nel loro percorso che partendo da una chiara matrice vintage può arrivare a risultati ancora più interessanti, soprattutto se riescono a liberarsi di quei formalismi che hanno partorito quell’aberrante creatura a metà anni novanta chiamata new-age elettronica (detestabile esotismo europeo da salotto) e se daranno ascolto alla loro natura schiettamente visionaria che potrebbe costruire nuovi ponti futuribili tra l’universo dance e una psichedelica e sognante ma non necessariamente cerebrale idm.

(Recensione scritta qui per Rockline)

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