Ariel Pink’s Haunted Graffiti

Ariel Pink’s Haunted Graffiti
Mature Themes
(4AD)

Il bello di un disco come Mature Themes è che riesce ad aprire tante finestre temporali nello stesso momento senza che nessun manierismo pop legato alle singole epoche prevalga.

Questo dovrebbe fare un buon disco indie-pop, o almeno questo è lo scopo che si dovrebbe prefiggere. Il fatto che questo non succeda spesso può essere compreso attraverso qualche esempio come quello della  recente ondata shoegaze/dream-pop nata morta poiché troppo legata agli spettri da cui è stata generata, oppure, al contrario, dai tanti gruppi che ibridando l’elettronica con certi pasticci psichedelici tirano fuori del materiale talvolta difficile da digerire per la sua ansia di modernità a tutti i costi, perdendo così ogni legame con l’idea ‘popular’ che vorrebbe esserne la base.

Cosa che non succede ad Ariel Pink che pur recuperando la sottile linea rossa del miglior pop di quattro decenni, resta piantato, radicato nel nostro tempo, sia quando i brani sono sorretti da chitarre byrdsiane e jangle (Only In My Dreams), sia quando ad affacciarsi è il ricordo dell’Alex Chilton solista, quello delle cover d’amore, la cui soavità è equiparabile solo all’Elliott Smith lontano dai coltelli (la traccia che da il titolo all’album, Mature Themes).

Ma è con i brani più legati agli ’80 che questa caratteristica diventa magia (Kinski Assassin e Is This The Best Spot); quando gente come Devo, Residents o Tuxedomoon era dilaniata dalle correnti avanguardiste, punk ed elettroniche, mica perdeva l’allure pop (che in qualche modo li ha glorificati negli annali del rock)? Abbeverandosi a queste fonti  ed aggiungendo spruzzate di chitarre alla Television e tanto kitschismo Tubes ecco che i brani citati da semplici tracce synth pop si trasformano in piccoli gioiellini gioiosi e stranianti che quando vengono trattati ‘chimicamente’ in maniera pesante potrebbero essere parte di un catalogo soft-psichedelico ‘off’ come quello di un Robyn Hitchcock in foia ‘paisley’ (Driftwood, Early Birds of Babylon).

Capita poi che persino di fronte ad elementi che normalmente sarebbero irritanti e demenziali come il falsetto ostentato di Schnitzel Boogie o il cantato di Symphony of the Nymph e Pink Slime si pensi che in un lavoro del genere essi siano organici ed addirittura necessari e vien voglia di pescare in certi ‘ottanta’  ancora abbastanza snobbati.

Non deve essere stato facile realizzare la fusione perfetta tra certa synth-culture con una godibilità radiofonica anni settanta (la cover finale, Baby, di Donnie and Joe Emerson, che trasuda soul) od imparentare delle belle melodie per teenagers dei sixties con l’estetica contemporanea del frammento senza cadere nel trash, eppure c’è un ‘fattone’ che gira per L.A. e si fa riprendere con una stupida parrucca rosa a cui tutto ciò è riuscito alla grande.

Recensione scritta qui per Rockline

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