Plusplus

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Plusplus – Game Over (La bèl Netlabel)

 

Plusplus è il progetto solista del londinese Adam Radmall, già attivo alle tastiere con Beatglider e alla chitarra nei pop-oriented Plantman con Matt Randall. Dopo l’album Evils dello scorso anno, La Bèl pubblica ora queste otto digressioni (cd in edizione limitata + 4 bonus tracks) che vedono l’artista inglese approfondire ulteriormente il suo percorso bucolico e di ampio respiro, poco incline ad asperità sperimentali e tutto proteso verso una dimensione cinematico-documentaristica.

In effetti l’avvento dell’autunno sembra propizio per una serie di ascolti che restituiscono una identità ben precisa al mondo dell’elettroacustica dopo anni di derive su lidi troppo spesso mal definiti dalla musica ambientale, esageratamente compiacente verso un folk reazionario (il cui esito fatale è stato il lanciarsi maliziosamente nella new age più didascalica) o al contrario, assecondando tendenze minimaliste e isolazioniste che all’insegna dell’avanguardia tout-court spesso confluivano in territori ascrivibili all’elettronica e basta senza il coraggio di dichiararlo per non perdere quella fetta di ascoltatori affezionati ad un’idea più che ad un suono.

Le prime tracce, Animal Masks e Song For Sonny avvicinano Adam Radmall ad esperienze a noi più vicine come i solenni non-luoghi di Cabeki ma non è la riproposizione di mondi lontani o la ricerca strumentale il suo principale interesse, piuttosto la restituzione di una nitida visione dell’anima in un linguaggio semplice ed essenziale quanto sincero.

La totale assenza di velleità sperimentali potrebbe in prima istanza allontanare i ricercatori del ‘nuovo’ a tutti i costi, ma la bellezza di brani come Kerouac lasciano spazio ad altre suggestioni più schiette da tempo rimosse dall’ambient music, cioè arpeggi di chitarra e (synth) fiati che combattono contro i drones imperanti nei generi suddetti. Broken Doors animata da un pulsante cuore ritmico e da chitarra trattata gode di una oscura magnificenza orientale appena accennata e svela anche i  sentori di un’inquietudine mai esasperante.

Poi c’è Echoes pervasa da gentilezze folk che giocano con dei vortici di archi e Game Over che dopo un rimando alle migliori formazioni della Windham Hill lascia entrare delle chitarre che non sfigurerebbero in una traccia dream-pop, ma di quello pulito, che non si lascia appiattire da rumorose tensioni shoegaze e che anzi conclude in un fanciullesco effetto carillon.

Chiudono Old Country, la più tradizionale del lotto, tutta chitarra acustica in toni minori ed armonici e Tiny Hands, lenta e rarefatta nella sua sognante slide.

Questo disco sembra creato apposta per immagini, lo tengano ben presente videomakers e galleristi.

(recensito qui per Rockline)

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