Gravenhurst

Gravenhurst – The Ghost In Daylight (Warp)

Dopo una lunga sospensione di cinque anni dalla sua ultima produzione, Nick Talbot resta esponente di rilievo nel passaggio di  consegne tra il mondo ancestrale del folk inglese e le più moderne tensioni  post rock/dream-pop che di volta in volta si sono affacciate nei suoi lavori, fino a pervenire ad un linguaggio ormai più che ben  amalgamato e personale che va a delinearne il suo mondo.

Ed una lunga sospensione è l’impressione che sorregge l’intero impianto dell’album fin dalla iniziale Circadian, rarefatta, lenta, circolare ed ipnotica, inusuale veste sonora per uno slow-core dalle screziature luminose e dolci da folk d’altri tempi ma che sa anche incresparsi nelle sue pieghe elettriche. Come in The Prize, etereo dream-pop tra i Low e certe timbriche vocali proprie del pop britannico che cresce nel finale, prima con profonde volute d’archi e poi con belle chitarre distorte, standard immutabile ma sempre di sicuro effetto.

Ma è nel mood di brani come Fitzrovia l‘anima dell’album, in quell’acustica che procede mesta senza però nascondere quei baluginìi di drones come deboli luci filtrate dai fitti rami di un bosco immerso nella foschia autunnale, sembra sentirne l’odore e ricorda i primi lavori degli Hood come anche il breve intermezzo della spettrale Carousel.

In Miniature è un bozzetto alla Nick Drake, quanto mai appropriato in tale contesto mentre in Islands  affiora il retaggio sperimentale di una Bristol immersa in un  liquido amniotico, che galleggia in uno spazio occupato da uno shoegaze senza chitarre in cui si cammina rallentati in benzodiazepiniche ritmiche downtempo.

La bellezza triste e drammatica di The Foundry ci riporta a terra prima della chiusura di The Ghost of Saint Paul e Three Fires dall’arpeggio ‘ a tutto tondo’, metà nenie metà filastrocche di gusto arcaico, segno che  The Ghost In Daylight sa essere disco ‘senza tempo’ capace di librarsi magicamente e fluttuare a dispetto delle leggi di gravità che ci legano al piombo dell’attualità musicale.

Dopo Broken Man di Matt Elliott, è un un altro artista di Bristol a far uscire uno dei dischi di folk trasversale più interessanti dell’anno, conferma che la città baluardo del trip-hop sa andare oltre e riservare ancora gran belle sorprese.

(Tra le consigliate di Rockline)

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