Bill Fay

il

 

Bill Fay – Life Is People (Dead Oceans)

 

Se da ‘appassionati’ – aggettivo volutamente demodè  – di musica rock non avete concesso a Bill Fay l’attenzione che avrebbe meritato, approfittate di questa occasione per cospargervi il capo di cenere  perché non è sicuro che ne avrete altre visto che di albums veri e propri ne fa ogni quarantina d’anni (e tutto ciò che vi è in mezzo sono solo raccolte e ristampe) e giacchè nel farlo vi trovereste in posizione di penitenza, cogliete la palla al balzo e pregate il vostro iddio che doni lunga vita a gente come Jeff Tweedy e David Tibet che a vario titolo sono stati gli artefici della riscoperta di questo culto.

La bellezza di Life is People, l’incantarsi ed il commuoversi dinanzi a questo ‘manufatto’ sta banalmente nell’approccio di Bill Fay che è lo stesso dei migliori anni settanta, quando ci sembrava che ogni singola traccia di un album venisse partorita tra sangue sudore e lacrime ed ogni canzone rivelasse una purezza cristallina, forma di innocenza primitiva ormai irrimediabilmente perduta nel mondo discografico.

Bill Fay è il simbolo di quella particolare categoria di artisti che sembrano avere impegnato tutta una vita per non lasciarsi imbrigliare dal successo e se questo è stato per volontà o per sfiga cambia poco; ancora oggi per lui l’idea di fare un disco non è cosa scontata e la fragilità, l’insicurezza e tutta questa particolare categoria di sentimenti ritorna ad affiorare tra i solchi di Life is People,ingentilita però – se così si può dire –  dalla sua vis religiosa, dal calore che emana la sua fede in qualche misura così apocalittica che forse è più affine e piace di più ai non credenti.

Mentre in questi giorni si parla tanto dei nuovi dischi di Neil Young e Bob Dylan ho letto da qualche parte una notizia che mi è sembrata così bella al punto che ho voluto crederci come farebbe un bambino, senza verificarne le fonti: nelle scorse settimanane nelle charts ufficiali norvegesi Life Is People ha raggiunto il quarto posto (e noi chi avremmo in quella posizione? Tiziano Ferro o Malika Ayane?).

E così tra code d’archi che svelano le vacuità di tanti inutili crescendo del post rock (The Healing Day) e  gospel che mantengono davvero la promessa insita nel titolo (Be At Peace With Yourself),  tra assoli di chitarra elettrica che vivono delle  stesse note straziate della Summertime jopliniana (Empires) e intimismi da piano-song di una maturità compositiva da primi della classe, diciamo pure coheniana (The Never Ending Happening), tra introduzioni cameristiche spettrali che svergognano tutti i neo-mistici e sulle quali non è permesso scherzare (Big Painter) a perfette scritture più wilchiane dei Wilco con apparizioni concrete di Jeff Tweedy (This World) e relativa cover degli stessi, sì stravolta ma forse anche più bella dell’originale (Jesus, etc.)  si consuma circa un’ora da da spingere in loop, play dietro play, magneticamente, certi che anche stavolta, confuso tra le tante uscite discografiche che ci affliggono, questo album sarà goduto da pochi. Quanto vorrei sbagliarmi.

(qui il link alla recensione su Rockline)

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