Neil Young + Crazy Horse

il

 

Neil Young & Crazy Horse – Psychedelic Pill (Reprise)

 

E’ quasi impossibile contare le generazioni  ‘rock’ in qualche modo influenzate da Neil Young. A parte quelle più dichiaratamente ispirate al ‘maestro’ come quella grunge ‘Pearl Jam oriented’  (che tra l’altro è stata anche quella più distaccata dai formalismi younghiani) o quella ‘paisley’, in quest’ultimo album si sente forte come siano stati in qualche modo plasmati personaggi anche noi più vicini come Jason Molina sia nelle sue malinconie Songs:Ohia che in pieno tiro Magnolia Electric Co.

Questo solo per dire quanto questa ingombrante e mitica figura nei  nostri impianti stereo in qualche modo sia sempre stata presente ed in questo Neil Young – ed ancor di più quando è insieme ai Crazy Horse – rappresenta un vero paradosso temporale.

Psychedelic Pill in sé non presenta assolutamente nulla di nuovo o di inesplorato nella  grammatica younghiana e lo slancio epico è quello di sempre: stando a questi meri dati, nessuno dovrebbe strapparsi i capelli per questa release.

Ma dire ‘..come se il tempo non contasse nulla..’  significa soltanto che quello che piace o che si ama, piacerà e si amerà per sempre. Vero (forse), ma nel caso di Neil Young  c’è una chiave di lettura più profonda. Nell’era  facebookiana il ‘mi piace’ diventa solo un’ indistinta e superficiale manifestazione di adesione a qualcuno o qualcosa e la componente irrazionale ed emotiva che muove verso questo ‘piacere’ non viene analizzata.

Il fatto è che dopo l’analisi logica o la somma delle parti, si arriva ad una conclusione scoraggiante per gli uomini di scienza ma esaltante per quelli di fede: quella voce e quelle chitarre lamentose agiscono ad un  livello psichico che va ben oltre valutazioni di natura estetica, del gusto per quello stile e per quelle infatuazioni epidermiche che nel corso del tempo si sono trasformate in passione.

E cosa resta ad ‘agire’ oltre la razionalità? Beh, ci sono tanti elementi quali il culto, l’ipnosi, gli effetti neurologici delle droghe, cose i cui collegamenti tra di esse non sono sempre ben evidenti, ma di certo alcune conseguenze agli ascolti di un ‘classico’ di Neil Young  (perché Psichedelic Pill in futuro rientrerà tra i classici del canadese e non tutti i dischi di Neil Young sono così poiché lui – a volte anche con grande ironia – si è lanciato pure in operazioni sperimentali discutibili) rientrano in categorie affini. Per questi motivi un disco così non si può spiegare e come dicono tutti i grandi teologi, ‘affidatevi al mistero’ senza cercare a tutti i costi risposte (anche perché alla fine dell’ascolto scompariranno anche le eventuali domande).

E’ probabile e giusto che a questo punto siate ancora scettici, però intanto i ventisette minuti e passa di Driftin’ Back sono scivolati via senza dolore (e di questi tempi già un brano di sei minuti fa soffrire non poco) mentre passavate in rassegna le vostre vite passate, screziandole di flashback west coast, di acustiche che muoiono in tramonti rosso fuoco, di gentili distorsioni dorate, dei ricordi infiniti dei mille viaggi e di tutta quella roba lì che vanno dall’ ‘on the road’ al ‘sogno americano’ (dire quello canadese sarebbe stato piuttosto ridicolo, converrete), basata sempre sugli stessi miti archetipici poiché valgono sia che siate di Winnipeg che di Liscia di Vacca.

La Psychedelic Pill a ben vedere è anche poco psichedelica, cioè l’aggettivo resta valido poichè intrinseco in  quanto detto finora, non certo per le qualità formali che il termine oggi suggerirebbe. Insomma non è l’uso esagerato del flanger che ci farà vedere i dragoni (ma una certa ironia bislacca del nostro forse si).

Ramada Inn (come Driftin’ Back, 16 minuti) è solo un’ulteriore dimostrazione di come la fabbrica dei sogni sia sempre stata aperta come le frontiere (del rock e mentali) di Born In Ontario (per le future elezioni federali canadesi il primo ministro potrebbe usarla come fa Obama con il  ‘boss’ anche se presumo lassù siano più seri).

Comunque non tutti i brani sono lunghissimi ed anche nel breve spazio alt-country (termine qui più che legittimato) di Twisted Road e nell’elegiaca For The Love Of Man si ritrovano intatte materia e rigeneratrice ‘sostanza’  younghiana, tanto ci sarà poi Walk Like A Giant a chiudere il cerchio infinito con quell’idea di jam dilatata, di calore riverberato, con quel fischio dolce ed ossessivo che ci accompagnerà per giorni e giorni in un ‘discorso del rock e sul rock’, in un ‘continuum’ che con le produzioni odierne a volte sembra interrotto.

(Qui, tra le consigliate di Rockline)

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