High On Fire

High On Fire – De Vermis Mysteriis (E1)

Le entità deputate alla valutazione di un disco od una band sono tre ed il loro peso dovrebbe essere proporzionale all’ordine con cui di seguito vengono elencate: il pubblico, i media (quelli istituzionalizzati quindi spesso acritici) ed infine la critica.

Gli High On Fire rientrano in quella rara casistica di bands che sfugge a questa logica e si ritrova tributati tutti gli onori ed i riconoscimenti che merita proprio da parte dei media istituzionali mentre la critica li considera discretamente (ma neanche troppo, eccezion fatta per quella in cui i confini tra la sua missione e l’essere fan sono molto labili) ed il pubblico – in questo caso mi riferisco a quello metal – quasi per niente.

Eppure gli High On Fire meriterebbero più seguito da parte dei metalheads e se questo non avviene è solo per l’imprinting troppo forte che un glorioso passato ha lasciato sul nome di Matt Pike.

Qualche passo indietro per chi ha perso il filo: negli anni ’90 un trio di acid-freaks erige nuove fondamenta per la ricostruzione di un tempio del ‘culto Iommico’. I Black Sabbath ossessionano Pike e Cisneros ma loro  più intenti a fumare bonghi che a spendere energie in incessanti martellamenti per headbangers rallentano il riff fino a dilatarlo e renderlo completamente liquido. Le conseguenze di tutto questo si vedranno più tardi nell’affermazione su scala planetaria dello stoner-doom, delle successive implicazioni con le scene drone, sludge ecc. ma resta di fatto che in quegli anni – almeno dal punto di vista commerciale,  anni in cui etichette come la Earache dettano legge (nonostante Holy Mountain esca proprio su Earache) e la Peaceville reintroduce sì  il doom purchè corroso dalle eresie black e/o death – gli Sleep per esser troppo avanti (o troppo ‘fuori’?)  perdono il loro treno.

Se nulla poi è andato perduto poiché come già detto quel seme maligno ha ben attecchito, lo scioglimento degli Sleep allora fu inevitabile. E successero quindi cose strane, ma anche belle: quel nucleo si sdoppiò in due creature che rispecchiavano l’anima dei due componenti principali: da un lato gli OM di Cisneros, mistici, mantrici, orientaleggianti ed ipnotici, più aperti a tutte le culture che il lato spirituale degli Sleep sottendeva, dall’altro gli High On Fire di Matt Pike, dapprima inventori di una formula sludge tuttora ineguagliata con le prime due uscite (che già lasciavano intravedere uno sfilacciamento verso lidi metal), poi con gli altri quattro album che rientrano a pieno diritto nel dominio del metal più puro, duro ed intransigente.

Evidentemente questo non è bastato ai metallari tradizionalisti che probabilmente non hanno mai perdonato quei retaggi spuri, ma peggio per loro poiché non hanno capito che la torcia sacra dell’heavy metal oggi è proprio portata da High On Fire.

Quindi Matt Pike era ed è un metallaro impenitente. Se Blessed Black Wings, Death Is The Communion e Snake For The Divine non son bastati a dimostrarlo (e mi chiedo come sia possibile..), De Vermis Mysteriis offre oggi la possibilità di comprendere e recuperare appieno tutta la gloria e la potenza del metal ‘old school’ nell’attimo supremo del passaggio oscuro tra heavy e thrash (con tutte quelle implicazioni black rozze ed arcaiche che non verranno più sviluppate dal ‘black metal’ propriamente detto, con tutta la spinta propulsiva dello speed che è ancora formalmente ‘heavy’  e con tutto quel corredo iconografico che in certe sue frazioni ancora apparenta doom, epic e power). E sarà proprio questo album, inconsueto nel formato ‘concept’ per il mondo metal, a restituire un’ ampia veduta su questo spaccato di cronache musicali.

Mysteries Of The Worm è una raccolta di storie di Robert Bloch, l’autore di Psycho, ispirato ad alcuni  racconti –  omaggio poi ricambiato – di Lovecraft con cui era intimo. Ecco dove Pike ha attinto per il titolo, il resto lo fa la sua fantasia malata quando in preda a chissà quale terribile trip si chiede cosa sarebbe successo se Gesù avesse avuto un gemello morto alla sua nascita per permettere la vita al suo fratello più famoso, se   questo fratello fosse diventato un viaggiatore del tempo, se – suggestionato anche dalle storie di Conan –  avesse incontrato un alchimista cinese che gli avrebbe servito il suo siero, estratto di loto nero e così via.

La traduzione in musica di questi deliri?
Serum Of Liao: la creazione in laboratorio di un abominio genetico tra Cronos e Lemmy, Motorhead e Venom, fusi insieme per fare tanto male. Pochi albums cominciano in un modo così sporco;
Bloody Knuckles: Slayer allucinati che sbattono dritti contro una muraglia di doom/thrash;
Fertile Green: a dispetto del video che si rifà ad un’estetica stoner freak, qui ci sono tamburi di guerra e  cadenze marziali, un impianto superthrash serratissimo a supportare le rauche maledizioni scagliate da un’ugola al vetriolo ed interessante assolo che rivela una notevole fantasia di Matt Pike alla chitarra nell’alternare velocità e rallentamenti;
Madness Of An Architect: titolo degno dei Cathedral  per un brano degno dei Cathedral, episodio ‘pure doom’ barocco, acido e malevolo;
Samsara: l’eterno ciclo di vita e morte in forma heavy-psych, meritato break psichedelico per non dimenticare che è una immaginazione lisergica a partorire tutto ciò, bello anche per chi ascolta Pink Floyd e Colour Haze ed ulteriore prova della capacità degli High On Fire di potersi liberare dalle spire del metal se volessero (ma non lo vogliono);
Spiritual Rites: per chi si fosse troppo accomodato nella traccia precedente, riecco la barbarie, la macchina bellica del thrash e la presenza dello spettro di Lemmy lasciato da solo all’inferno;
King OF Days: più doom e più epica di un brano dei Candlemass, però con una voce ‘maschia’ al posto di ottave da eunuchi;
De Vermiis Mysteris: la traccia che dà il titolo all’album evidenzia quanto possa essere malvagio e penetrante certo metal senza utilizzare necessariamente velocità forsennate e il growling (ma forse quaranta sigarette al giorno sì);
Romulus And Remus: il tema del doppio,l’ambiguità dei gemelli, trattate con lo stesso feel  grunge degli Entombed pre-death n’roll, quelli del periodo Wolverine Blues;
Warhorn: la chiusura delle danze in una traccia ammantata di pesanti e cupe rimembranze Celtic Frost al netto però delle tentazioni avantgarde del combo svizzero.

La produzione dell’album è di Kurt Ballou (Converge), lo studio dove è stato registrato è in quel di Salem e Matt Pike sarà ricordato nel mondo hard & heavy in futuro come uno dei personaggi importanti ma mai abbastanza citati, come la sorte toccata un po’ di eoni fa a Ted Nugent.

Nello sludge, stoner et similia invece è già considerato un dio quindi poco male…poiché anche nella sua natura metallica nel nostro resterà sempre e comunque quel substrato melmoso quantunque affilato e tagliente.

(link alla recensione su Rockline.it)

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Un commento Aggiungi il tuo

  1. Anonimo ha detto:

    belli e armoniosi…anche se non sel tutto originali…
    bravo giuliozine

    Mi piace

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