Earth

Earth
Angels Of Darkness, Demons Of Light II
(Southern Lord)

Uscito a febbraio 2012, ecco il secondo annunciato episodio di quel capolavoro dello scorso anno che fu Angels Of Darkness, Demons Of Light.

Il percorso intrapreso dalla band di Dylan Carlson, sempre più simile ad un ensemble da camera, non solo approfondisce temi già sviluppati nel primo albo, ma addirittura li esalta.

Sebbene nel primo episodio già si potevano intravedere tutti gli elementi per questa svolta epocale –  cominciata a dire il vero già da prima di esso – le nuove traiettorie perseguite allontanano definitivamente gli Earth dagli angusti meandri delle ‘musiche pesanti’ che nel corso del tempo hanno attraversato in varie declinazioni per approdare in quella più vasta area di musicisti che vengono definiti d’avanguardia pur essendo piantati saldamente nella tradizione.

Viene in mente la chitarra lamentosa di Loren Mazzacane Connors, ma il nome che più di ogni altro merita  di esser citato non può non essere quello  del chitarrista avant jazz Bill Frisell (che ha suonato nell’album degli Earth del 2008); Sigil Of Brass imita quel suono di chitarra, un suono fatto di lentezza, di  pause riflessive, di un utilizzo del volume in chiave ‘dinamica’, il tutto atto alla costruzione di uno scenario che inevitabilmente vuole descrivere in modo epico e trascendentale certi angoli nascosti e misteriosi dell’America come pretesto per un viaggio – se così vogliamo definirlo – ben diverso. E non sono solo i suoni della chitarra, ma anche il contorno del violoncello di Lori Goldston a ricordare l’artista citato che ha sempre amato attorniarsi di fuoriclasse operanti ai più diversi ed evocativi strumenti della tradizione.

Non è questo un paesaggio nuovo, anzi, per certi versi è finanche ben conosciuto. Queste istantanee sono state ben descritte da tanta ‘roots music’, da tanto blues tossico, da tanto jazz deviante e da una valanga di stoner manierista. Il valore aggiunto sta nella volontà di superamento del rock di certe barriere filosofiche, obiettivo che negli ultimi vent’anni non si era più posto in modo così evidente, eccezion fatta per alcune band quali i Grails o i Master Musicians Of Bukakke; a differenza di queste ultime gli Earth però non cercano mai l’effetto esotico fine a sé stesso, l’elemento mistico che vuole sacralizzarne la musica o l’ironia intellettuale che vuole ridimensionarlo; gli Earth non sono affatto ironici, meno che mai misticheggianti od intellettuali! Sembra piuttosto che essi vogliano porsi al di fuori di queste categorizzazioni mediatiche come già in passato  han fatto servendosi a modo loro della drone-music, istanza già presente nelle musiche colte del novecento.

‘A modo loro’ significa che già nella seconda traccia His Teeth Did Brightly Shine affiora tutta l’inquietudine degli Earth manifestata da quei pochi, scarni accordi che invece di liberarsi restano imprigionati in quel vaso di Pandora che potrebbe contenere atrocità varie e che invece preferisce utilizzare vibrazioni, riverberi, silenzi, armonici artificiali e quant’altro si possa ottenere dalle corde elettrificate di una  chitarra.

A Multiplicity Of Doors ha il passo cadenzato di una marcia funebre che scioglie lentamente la tristezza in un moto ascensionale quasi zen; le profondità che raggiunge il violoncello sono ultraterrene ed il drumming di Adrienne Davis è da officiante di riti inducenti la trance: una sorta di country da adyton.

Angeli dell’oscurità e demoni della luce: già nel titolo è insita tutta la dicotomia degli ultimi due albums gemelli degli Earth; la ricerca continua della pacificazione che deve necessariamente attraversare una tensione elevatissima in un eterno ritorno a sé stessi, che non va quindi fisicamente da nessuna parte ma al contempo permette il più oscuro e difficile dei viaggi, quello dentro il proprio sé. Questo il moto che sembra descrivere The Corascene Dog .

L’ultima traccia, The Rakehell, si avvicina a quell’idea di blues il cui giro interrotto diventa inevitabilmente circolare e mai finisce e non bisogna lasciarsi fuorviare dall’aspetto poco rassicurante di Dylan Carlson, dai colori lividi e cupi delle sue tele, perché essi qui finiscono per somigliare a quelli utilizzati dai Led Zeppelin più oscuri. E già allora si parlava di blues e di ritorno della tradizione nel rock. Ognuno a modo suo, assecondando il proprio tempo.

Se queste intuizioni saranno ulteriormente approfondite da quest’uomo strano e difficile, la leggenda Earth potrebbe riservarci ancora molti sussulti in futuro.

(la recensione è anche su Rockline)

 

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