I Hope It Shines On Me: A Tribute To Codeine

i hope it..

AA. VV.

I Hope It Shines On Me: A Tribute To Codeine (White Birch Records)

Personalmente ho sempre adorato le cover, qualunque sia il significato di cui le rivestiamo: dal tributo come dichiarazione di amore incondizionato verso un artista o una band alla rilettura personale e spiazzante, dal divertissement all’esercizio di stile.

Qui abbiamo un’intera raccolta di cover, per giunta di tutte bands italiane e l’oggetto del tributo è di quelli che fanno tremare le gambe: i Codeine.

Misurarsi con uno dei gruppi più intensi che la storia dell’indie rock americano ci abbia offerto, gli architetti dello slow-core, si potrebbe pensare operazione semplice, che con i brani dei Codeine il lavoro è già tutto fatto..basta metterci solo un po’ di ..buon gusto.  Ed invece le cose non stanno esattamente così poiché se da un lato è vero che su una musica così scarna si può fare di tutto, dall’altro è proprio per questo che è più facile sbagliare. Ma entriamo nel vivo per capire come è stato gestito tale incandescente materiale.

Per semplicità possiamo dividere queste tracce in due macro-categorie: quelle che si avvicinano in qualche modo agli originali, mantenendone intatta o almeno riconoscibile la linea melodica e quelle che li trascendono offrendone una versione altra.

Nella prima, che è anche la più affollata, ci sono i Crimen che offrono a D una nuova spazialità, prima asciugandola, alleggerendola e poi, al contrario, affondando fendenti post-core nei momenti più caldi. Un simile trattamento è riservato a Gravel Bed dai The Marigold che sottolineando certi passaggi con chitarre più pesanti ne amplificano il portato emotivo. I Derma rendono Second Chance ancora più spettrale grazie ad un fondale di suoni liquidi e tremolanti mentre i Ka Mate Ka Ora, tra i più fedeli all’originale, si confrontano con Cave In conferendole un effetto vocale vagamente velvetiano.

C’è poi il rigore geometrico e slintiano di Cigarette Machine che viene trasformato dagli Idle God in un dramma alla Neurosis nero come la pece, la deriva catatonica di 3 Angels che in mano ai Verily So diviene un elegante sad-electric-folk al femminile e la preservata bucolicità di Broken Hearted Wine dai Werner.

Tra quelli che invece hanno preferito esprimersi secondo una loro visione, Old Boy (featuring The Last Hour) con la riuscita rilettura di Pickup Song che comincia  elettronica e finisce shoegaze mentre gli Shelly Johnson Broke My Heart propongono New Year’s in una versione velocizzata che – nonostante un certo stridore chitarristico di fondo – diventa un solare brano college-pop.

Trattamento abbastanza naif anche per Pea, eseguita dai Walking The Cow  – che contiene la frase che dà il titolo alla raccolta -, voce femminile e tanti strumenti lontani dal classico suono Codeine, per questo quindi interessante ed ancora più lontani in termini di suono i Gentless 3 che stratificano il rock sanguigno di Loss Leader con dense pennellate di folk scintillante.

Sono stati tutti davvero molto bravi, persino quelli più estremi come i Baby Blue che anche utilizzando ritmiche rutilanti o inserti sonori sopra le righe non son riusciti a rovinare Castle o In A Sleeping Mood che – al contrario – hanno reso solo strumentale e delicatissima Vacancy. Se ne volete la prova, scaricatelo subito – qui – che è in free download.

link alla recensione su Rockline

 

 

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