Chi è senza peccato…

mozzarellaro

Sono giorni inquieti e carichi di tensione questi di inizio anno. ‘Giorni imperfetti’ per citare il bel titolo di un piccolo festival indipendente del nord-est. Che ogni inizio sia difficile, lo dice anche il Talmud, ma è già da un po’ che le cose non funzionano bene nel mondo della musica indipendente.

Fatto sta che mai come in questi giorni mi son trovato ad assistere, leggere ed ascoltare di cose, fatti e  persone che su questo palchetto si muovono quotidianamente.

Non c’è una precisa volontà di denuncia o di accusa contro qualcosa o qualcuno perché prendersela con i singoli è operazione necessaria solo quando è ben contestualizzata e circostanziata ma farlo ‘in generale’ porta a mancare di obiettività e lascia indurre a credere che ciò che si scrive sia solo dettato da una volontà di rivalsa o di vendetta. Quello che più ci preme al momento è solo evidenziare certe dinamiche che magari possano indurci a riflettere. A ognuno poi il proprio giudizio.

Sembra che un intero sistema – chiamiamolo così per semplicità – dagli errori non impara e perpetua un circolo vizioso che giustificato solo parzialmente dalla cosiddetta crisi economica tende ad affossarlo ancora di più.

Quando ho cominciato a scrivere di musica circa 15 anni fa già  il mondo mitico delle produzioni indipendenti già cominciava a far acqua. Che questo coincida poi con l’avvento del web è un fatto solo casuale a mio avviso e metto subito le mani avanti con chi pensa che io sia conservatore o nostalgico perché non è affatto così.  Al contrario, io penso che le opportunità che ha offerto la rete siano state formidabili soprattutto in termini di democrazia per tutti, poi, come ogni cosa, è l’uso che se ne fa a determinare certi meccanismi. Nel nostro piccolo quindi, sentiamoci tutti almeno un po’ coinvolti. O basta quel ‘mi piace’ che mettete sotto al post musicale del vostro amico o del vostro artista a farvi stare con la coscienza a posto?

Questo sistema si basa su vari attori che sono il pubblico ascoltatore, i musicisti, i media (radio, tv, magazine, webzine, blog, redazioni), le case discografiche, le agenzie di booking, gli uffici stampa, i gestori di locali e gli organizzatori di eventi. Sembra che non abbiamo dimenticato proprio  nessuno.

Quando nacque un’idea di musica indipendente non era l’idea artistica in sé ad essere nuova (tanti collettivi artistici ancor prima del boom del rock degli anni settanta erano già attivi ed operanti..) ma il modo in cui tale cultura veniva circuitata. Il punk ruppe le barriere che c’erano tra i vari protagonisti e livellò dal basso i rapporti che legavano etichette, artisti e media. I più smaliziati già potrebbero muovere una seconda obiezione – dopo quella del web – che è quella dei soldi. Ed anche in tal caso io sono il primo ad affermare  che ogni lavoro, ogni sforzo, ogni azione che in qualche modo tenda a promuovere una certa realtà debba  essere retribuito e non soltanto in termini di denaro ma soprattutto di riconoscimento e legittimazione del proprio operato a cominciare proprio dall’interno del sistema, dagli operatori del circuito cui ci si riferisce.

Le motivazioni per cui questo non avviene poi possiamo tutti immaginarle: perché non ci sono soldi, perchè siamo diventati avari anche di pacche sulle spalle, perché siamo diventati superficiali a fronte di tanta offerta a fronte di poco tempo, per una sorta di apatia diffusa su tutto ciò che richiede faticosamente la nostra attenzione perché si tratta di cultura..insomma ne potremmo trovare altre mille. Ma sono tutte eticamente sbagliate.

Farò alcuni esempi che aiuteranno la comprensione di chi non è avvezzo a certe dinamiche perché non le vive o le guarda solo da lontano:

  • Il pubblico che si rifiuta ottusamente di aprirsi al tanto (a volte troppo) nuovo che c’è in favore di ascolti preselezionati per lui da qualcun altro, vittima dell’hype o della propria apatia (della serie ‘il rock migliore è sempre e solo quello dei suoi due gruppi preferiti’); che si lamenta che non si fa mai nulla ma quando c’è un concerto non si smuove dalla sua comoda tomba quotidiana manco se l’evento è gratis; che si lamenta del prezzo del biglietto quando nella sua tomba quotidiana la pizza a domicilio che ha ordinato l’ha pagata almeno il doppio; che in auto (se ce l’ha) invece di approfittare del tragitto casa-lavoro(se ce l’ha) per ascoltare una novità ascolta quella famosa radio che passa quei famosi pezzi – sempre gli stessi da una vita (o i suoi cd dei suoi due gruppi preferiti); che invece di prendere parte alle discussioni sui blog o leggere le informazioni anche dall’underground della rete si affida ancora ai vecchi organi di informazione i cui articoli sembrano estratti dello statuto albertino salvo poi pontificare dal basso della sua ignoranza su tutto e tutti; che se qualcuno gli mette su dei suoni diversi dai suoi generi di riferimento dice dopo 5 secondi ‘che è sta roba’ senza alcuna capacità di analisi; quelli che venerdì e sabato sera, tanto per cambiare, solo aperitivo in posto fighetto e pizza. Credete che questi atteggiamenti siano poco diffusi tra il pubblico cosiddetto ‘indie’? Sbagliate, son proprio loro a perpetuarli; predicare bene e razzolare male!
  • I musicisti che al primo lavoretto autoprodotto si lamentano perché non ricevono l’attenzione ed i trattamenti secondo loro ‘dovuti’ ma che allo stesso modo – dopo un po’ che hanno accumulato esperienza e bastonate –  diventano servili peccando di eccesso opposto. Gli stessi che si isolano perché non vogliono collaborare con chi secondo loro si rifiuta di collaborare (e magari giustamente, proprio perché ha subodorato freddo calcolo e convenienza in quella che doveva essere una manifestazione artistica). O perché son già troppo importanti e quindi credono di sputtanarsi. O perché son già troppo importanti e dimenticano le loro radici, da dove son venuti e quindi non si muovono più se non per il soldo che già non gli manca. Quelli che per suonare chiedono troppo. Quelli che per suonare non chiedono nulla. Quelli che ‘lì’ non vanno a suonare perché è troppo lontano. Quelli che si rifiutano di suonare perché troppo vicino e non si vogliono sputtanare. Quelli che vorrebbero il successo ma non distribuiscono neanche più il loro promo-cd; mancanza di equilibrio e di identità!
  • I critici, giornalisti, pubblicisti, redattori, caporedattori, direttori o sedicenti tali che credono di essere le principesse sul pisello e fare il bello e cattivo tempo; quelli che recensiscono solo ciò che gli piace o che incontra il favore di certo pubblico o del caporedattore o dell’artista; quello che fa invece al contrario solo per essere inutilmente provocatore e ‘contro’ e che quindi soffre di ego e di narcisismo sconfinato; quelli che neanche rispondono più agli artisti emergenti che hanno inviato i loro promo e se questi ultimi chiedono giustamente un riscontro gli rispondono istericamente che non vogliono avere a che fare con degli stalker;  quelli che dovrebbero essere pagati e non lo chiedono; quelli che dovrebbero pagare e fanno orecchie da mercante trincerandosi dietro al fatto che non hanno pubblicità ed inserzionisti ma nel frattempo la loro vita va avanti e la tua sempre più indietro e poi vieni a scoprire che hanno anche dei finanziamenti.
  • Le etichette indipendenti – ricordiamolo, nate in antitesi a quelle mainstream – ed oggi chiedono soldi ai musicisti per pubblicargli il disco; quelle che non si capisce neanche bene cosa offrono ai musicisti in cambio di tali soldi (pubblicazione, pubblicità e promozione, distribuzione, booking?); quelle che chiedono soldi anche solo per dare un parere sul lavoro di un artista che ha mandato loro la promo (quindi anche negativo tipo ‘sei una merda non ci interessi fanculo .. e mi devi venti euro per questo’); quelle che dicono no perché pubblicano solo band che cantano in inglese; quelle che dicono no perché ora tira solo chi canta in italiano; quelle che dicono ‘ora no’ perché non abbiamo soldi. Mai sentito parlare di rischio di impresa? Perché hanno deciso di cimentarsi in quest’attività? Mi sfugge qualcosa? A Roma si dice in modo molto volgare ed offensivo ma terribilmente eloquente ‘stai affà er frocio cor culo degli artri… ‘. Sono agenzie interinali con velleità artistoidi? E poi son le stesse che ti bombardano con la loro robaccia da recensire senza mai pensare che la vita è tutto un dare-avere. Ma cosa danno loro? Mancano proprio le basi di contabilità della vita. (Le ultime cinque righe sono applicabili anche a certe redazioni del punto precedente).

Ed infine su tutto questo anche il fuoco (purificatore?) del crowdfunding. Se sarà un fuoco di paglia o meno è presto per dirlo, ma neanche poi tanto visto che le collette esistono da sempre. Io mi auguro sinceramente che esso possa almeno un po’ scardinare qualcuna di quelle dinamiche malate di cui sopra, cioè far ripensare a chi decide di intraprendere e dedicarsi ad un’attività quale quella di produzione, creazione o semplice fruizione di musica di farlo con almeno un po’ di quello spirito genuino ed onesto, anche ingenuo con cui si cominciò a parlare di musica lontana dalle logiche di mercato. Se l’unico valore che invece attribuiamo, se l’unico nostro metro di giudizio è  il mercato, allora perché non dedicarsi al settore caseario (le bufale danno più soddisfazione in tal senso), magari pompando nell’aziendina di famiglia Britney Spears a tutto volume? Così ci toglieremmo di dosso anche il peso di questa eredità non (più) voluta della musica indipendente.

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2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Durruti ha detto:

    In tutti i movimenti (o “sistemi”) ci sono attori che più o meno coerentemente aderiscono a certi “valori” od idee, altri che ne vivono le “idee” a fasi alterne, altri che sfruttano solo il carrozzone.
    Onestamente non capisco cosa si reclami con questo post. Una purezza perduta che probabilmente non è mai esistita? Una non completa adesione allo “spirito indie” da parte degli attori coinvolti? E poi, chi le dovrebbe dare queste “patenti di purezza indie”?

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  2. giuliozine ha detto:

    Hai perfettamente ragione quando dici che ci sono i coerenti, quelli che lo sono a fasi alterne e quelli che sfruttano il carrozzone. Ed hai ancor di più ragione quando alludi al fatto che non esiste nessuno che possa dare una patente di purezza indie, non era possibile farlo ieri, figurarsi oggi che le cose son diventate più complesse.

    Il post è semplicemente la conseguenza di un sintomo, di una nausea, di un mio sfogo se vuoi (probabilmente inutile come tutti gli sfoghi ma condiviso da molti che con i loro discorsi mi han fatto sentire accomunato in questo malessere) verso certe figure che almeno in parte lascian credere che in quello ‘spirito’ almeno un pò ci si ritrovano e poi fanno tutt’altro.

    Voglio dire che a me non sembra normale, nè tantomeno bello che delle etichette che si autodefiniscono indie-label chiedano soldi agli artisti che vogliono fare un disco quando dovrebbe essere forse il contrario (e non mi riferisco a quelle che nascono con un obiettivo di ‘comune’ o ‘collettivo’ allo scopo di rappresentarsi come scena artistica al di là del fine economico che pure deve esserci in qualche modo…).

    Nè tantomeno mi sembra bello che c’è gente che scrive da anni in certe redazioni – che si referenziano come indipendenti – che hanno poi finanziamenti o che in qualche modo raccolgono introiti e poi non vengono retribuite.
    Ed ancor di più mi fa ribrezzo l’idea che un artista che cerca di farsi conoscere e deve sgomitare come fanno tutti poi si senta dire – alla richiesta di un riscontro – che sta facendo ‘stalking’.

    Questi sono solo alcuni esempi di come funzionano certe cose che se avvenissero in un contesto ‘mainstream’ probabilmente non saremmo neanche qui a parlarne tanto lo sappiamo tutti che è così.
    Il punto è che c’è qualcuno che ha ancora passione per ‘certi contesti’ e crede che le cose dovrebbero andare diversamente ma subisce le scelte di qualcun’altro (quelli del carrozzone di cui dicevi) che invece vuol far credere di essere lontano da certe logiche.

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