Led Zeppelin – Presence

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Led Zeppelin – Presence (Swan Song Records)  1976

Il 1976 è un anno davvero emblematico per il rock.

Le avanguardie anti-rock della ‘no wave’ fanno il possibile per tirare fuori il rock dalla palude in cui è piombato, ma saranno decisivi gli esordi dei Ramones, Radio Ethiopia di Patti Smith e il Bowie di Station To Station a dare una forma compiuta a quelli che dopo poco saranno definiti punk rock e new-wave.

Ma non è questo l’unico versante su cui picconare; l’esordio di Tom Petty & The Heartbreakers e Desire di Bob Dylan contribuiscono anche a portare nuova linfa ‘roots’ alla faccenda. In qualche misura anche il reggae comincia ad assumere un ruolo diverso all’interno della cultura popolare occidentale, per non parlare della  rivoluzionaria disco-music che scombina le carte su un tavolo già di per sè molto confuso.

Quello che si voleva cambiare nel rock and roll era quindi quell’attitudine parruccona da un lato, marchettara dall’altro, che mostrava il suo fianco debole nelle manifestazioni più barocche di certo progressive – e non è un caso che in quell’anno uscirà il primo album dei Genesis senza Peter Gabriel, cambiando definitivamente la fisionomia al genere – o lasciando al rock il solo compito di riempire le arene, decadendo dalla sua funzione sociale, di veicolo di messaggi ; Rocks degli Aerosmith e Destroyer dei Kiss sono il nemico da abbattere.

Non bisogna ovviamente pensare a certe pietre miliari dell’hard rock con la considerazione che meriterebbero oggi, si richiede qui lo sforzo di calarsi nel clima dell’epoca.

Gli ultimi esempi ci avvicinano alla nostra trattazione. Anche i Led Zeppelin nel 1976 sono tra i possibili avversari da far fuori per la rinascita del rock. Però i Led Zeppelin sarebbero stati molto più difficili da uccidere, sia per gli elementi  fino ad allora compresi nella loro musica, sia per una serie di questioni personali che trasformavano in forza la loro presunta fragilità del momento.

Non occorre ribadire in questa sede l’importanza dei primi quattro albums dei Led Zeppelin. Le capacità di sintesi hard rock, folk e blues ed un’inclinazione alla psichedelizzazione propria degli anni 69-71 rendono immortale la band proprio come la storia ci ha detto. Dopo, la critica inizia ad intravedere dei segnali di cedimento per certe aperture funky o per certe leggerezze che in realtà erano il modo di portare avanti il discorso ‘Led Zeppelin’, una naturale evoluzione. Era il tempo che lo chiedeva ed il dirigibile ne è stato all’altezza come pochi altri.

Poi un incidente d’auto che costringe Robert Plant su una sedia a rotelle a tempo indefinito, l’alcool di John ‘Bonzo’ Bonham e l’eroina di Jimmy Page che diventano una realtà oggettiva.

Questo è il 1976 in cui i Led Zeppelin pubblicano Presence, facile immaginare che sarà il loro album più fiacco. Niente di più sbagliato: Presence, come II ma diversamente da esso è l’album più potente, carico e roccioso del quartetto inglese.

Lo stesso 1976 di 2112 dei Rush, già proiettati in un altro futuro hard-prog ma soprattutto, lo stesso 1976 di No Heavy Petting degli UFO, di Rising dei Rainbow, di Jailbreak dei Thin Lizzy. E di Sad Wings Of Destiny dei Judas Priest.

Non ci vuole molto a questo punto comprendere che se da un lato l’hard rock americano sta creando le basi per tutto quel filone di rock and roll che vedrà la sua glorificazione negli standards street-glam-hair metal, l’ala inglese sta battezzando l’ultimo grande movimento davvero conservatore del rock, la New Wave Of British Heavy Metal. Che a giudicare dai suoni freddi e taglienti dei Judas Priest si può dire già compiuta.

La grandezza dei Led Zeppelin forse è tutta qui, in nuce nella prima traccia di Presence, Achilles Last Stand, brano che più di ogni altro rappresenta quel momento magico e divino in cui l’hard rock diventa heavy metal senza perdere la sua paternità, la sua epicità, la sua distorsione calda, il passo da cavalcata sul cui stampo tutto il metal  a venire – fino al thrash ed in certi casi anche durante – sarà forgiato.

Un’overdose di elettricità, di sovra incisioni, di morphing sonoro tra l’ugola a sirena del biondo cantante e la chitarra lamentosa di Page che resteranno fissati in un momento al di fuori del tempo, come il monolite di Kubrick che in copertina richiama l’attenzione verso le astrazioni esoteriche del quartetto. Un superamento quindi – e non solo concettuale – delle più moderne tendenze delle musiche hard & heavy  dell’epoca ad opera di costoro che vengono da quel passato che si vorrebbe cancellare.

Ad ascoltare i brani successivi, si potrebbe anche per un ‘assurdo cronologico’ pensare che tanta magniloquenza elettrica, selvaggia e al contempo controllata potrebbe essere un ritorno alle radici del rock da parte di una band che l’heavy metal lo ha già immaginato, disegnato e suonato tutto e sia andata oltre sebbene l’heavy metal sia lì ancora nel suo nascere.

Così si spiegano For Your Life, rock and roll blues tagliente, secco e sincopato che trasposto in una chiave ritmica meno rispettosa dei silenzi, dei grandi vuoti pieni di pathos caratteristici degli Zeppelin, sarebbe semplicemente funky, mostrando tutta la sua androgina esasperazione e la sua viziosità (don’t you wanna cocai-cocai-cocaine?)  o Royal Orleans, magnifico esempio di elettrica negritudine tutta scossa da sussulti e fremiti.

L’altra grande song del disco che inaugura la seconda facciata è Nobody’s Fault But Mine, non dissimile dalla sorella maggiore Whole Lotta Love per capacità di penetrazione e groove. La chitarra di Page, distorta al punto da compenetrare la voce di Plant oltre ogni immaginazione, l’assolo di armonica, la sua dissolutezza complessiva la renderanno un episodio sacro negli annali dell’hard-blues.

Che l’origine e la fine del rock sarà il rock and roll stesso, quello archetipico,  i Led Zeppelin lo esplicitano in Candy Store Rock, superba prova rockabilly in un tempo in cui qualunque forma di buon senso la avrebbe sconsigliata; i critici aridi ed intenti a misurare con occhi tristi e disincantati, insieme alla successiva Hots On For Somewhere, ritenuta altra sciocchezza da poco non la perdoneranno mai.

L’album si chiude con un altro capolavoro, Tea For One, nuova vetta di cupo lirismo e frustrazione, dolcissimo affresco di malinconia e depressione in cui il drumming di Bonzo sembra stia li a centellinare ogni attimo di quell’attesa silenziosa, di quelle maledette 24 ore, blues elettrico ante-litteram e precursore di ogni slow-core a venire, inutilmente paragonata in uno sterile esercizio agli altri blues precedenti della band con lo stesso stupido metro di una critica rock ingessata e fintamente revisionista.

Ritornando all’inizio del disco, riascoltando l’arpeggio iniziale fatto da quei due  accordi minori e gravido della tempesta che presto scatenerà, si può intuire sia lo stato d’animo del gruppo al momento, sia il fenomenale approccio risolutivo che esso ha utilizzato per venirne a capo in un momento d’impasse come quello che viveva.  Alla luce di tutto questo, come si può continuare ad ignorare Presence o a considerarlo opera minore?

(Back to the Past su Rockline)

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