Man’s Ruin

MansRuin

Era il novembre dell’anno 2000 quando scrissi quest’articolo – poi pubblicato nello stesso mese per Freak Out Magazine – sulla storica etichetta Man’s Ruin e tutto si poteva immaginare tranne che dopo circa un anno la label chiudesse i battenti. Le prime crisi economiche del millennio ancora non ci davano una percezione precisa di cambiamento dell’industria musicale, anzi, internet ingannandoci ci diceva il contrario.

Presunti problemi di distribuzione quindi fecero si che un bel giorno sul sito dell’etichetta si leggesse che Man’s Ruin non aveva pagato i conti: fine dei giochi.

Il motivo di meraviglia per il triste evento, ben più delle cause economiche, era correlato al portato innovativo delle produzioni dell’etichetta, la sua idea di attraversare i vari generi dell’heavyness senza mai soffermarsi troppo su determinati canoni estetici; erano i primi anni in cui si parlava di stoner-doom e di sludge ed è anche grazie ad etichette come Man’s Ruin che tali generi hanno avuto poi diffusione overground.

Molte bands poi diventate grandi ed ancora oggi operanti son passate dalla label di Mr.Kozick (Man’s Ruin era lui), fucina di gente deviante e deviata del rock and roll più oltranzista e in quegli anni in cui anche il grunge e tutta l’ondata alternative era già bella che andata, a noi non sembrava vero che ci fosse ancora qualcuno disposto a pescare dal sottobosco U.S.A. tra i più brutti, sporchi e cattivi. Che allora erano quelli che ci piacevano di più.

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(scritto per Freak Out Magazine nel Novembre 2000)

Chiarire subito una cosa: la Man’s Ruin records non è soltanto l’etichetta del desert rock e sebbene nessuno mai potrà toglierle il merito di aver ospitato nella sua scuderia i più grossi nomi di quell’area geomusicale (Kyuss, Fu-Manchu ,Queens Of The Stone Age) e quindi, di aver contribuito in modo determinante alla diffusione di certe sonorità bisogna riconoscere al polivalente signor Kozick che la sua casa è abitata dal rock totale, volendo inglobare in tale definizione tutto ciò che partendo dal rock n’ roll arriva al nostro stomaco. Un’attenzione, quindi, alla dimensione più fisica, sanguigna, viscerale del rock (che si può anche tradurre con punk, metal, hard-garage …) e a tutte le sue derivazioni, contaminazioni e imbastardimenti possibili. Meraviglia ne deriverebbe nell’ascoltare suoni anemici o troppo cerebrali targati Man’s Ruin; quelli che credono nei moderni verbi sonori del post-rock, di certa elettronica od altri movimenti più o meno trend-avantgardisti stiano alla larga da Mr.Kozick.

Frank Kozick è per la cronaca un eccellente artista figurativo americano. Comic-art, grafica, pittura, non gli hanno impedito di fondare questa label, tanto forte è il suo interesse quasi deviato, feticistico per il rock n’ roll.

Tali aggettivi, che possono sembrare eccessivi, sono invece piuttosto adeguati se si considera che per la sua etichetta sono usciti lavori di Entombed, Melvins, Dwarves, High on Fire ecc. Coscienti quindi del grande raggio d’azione di cui dispone Man’s Ruin, e del suo glorioso passato, proviamo a tracciare un possibile percorso futuro sulla base di lavori ultimamente usciti. Da segnalare innanzitutto la ristampa (2 cd rimasterizzati in uno) di “Southern Hostility/Eat More Possum” dei punks Antiseen, ormai appartenenti alla storia del più irriverente rock americano.

Sulla falsariga della tradizione, davvero notevole l’album degli Hammerlock, “Anthems for outlaws”. Un concentrato di potentissimo rock n’roll, boogie quanto basta, cosciente della lezione di storia proveniente dal sud degli states quanto del suo ottimo bourbon. Compattissimi i suoni e straripante l’energia che ne deriva. Impressiona pensare che tutto ciò possa scaturire da una musica molto legata alle radici, e soprattutto a dispetto della tendenza di chi, delle origini, vuole cogliere solo l’aspetto più spleen e malinconico (mi riferisco a tutta la scena del cosiddetto lo-fi). Gli Hammerlock ci lasciano quindi intuire le istanze più profonde (e contemporaneamente chiare ed in superficie) del loro r.n’r: senorite, sole cocente, whiskey ed elementi paesaggistici quali laghi, fiumi e campagne. Questa della tradizione è, a nostro avviso, una delle direzioni che sembra voler caratterizzare questo nuovo corso Man’s Ruin (con questo non si vuole assolutamente dare un carattere di esclusività ad alcuna tendenza, perché, come detto prima, con Man’s Ruin è impossibile).

Un’altra dimensione che ci sembra abbastanza vissuta è quella legata al dilatato mondo dello space rock psichedelico e qui qualche stoned potrebbe anche ritrovarcisi, ma non per i facili riffs heavy. Un disco notevole, in tal ambito, è quello dei canadesi Sons of Otis, “Spacejumbofudge”. Le divagazioni sono ‘tante’ e ‘lunghe’ ed il prodotto è godibile solo se si ha la capacità di perdersi in questi cieli cupi e minacciosi navigando con gli occhi socchiusi per i fumi acidi che si sprigionano da queste quasi-jam.

Per premio finale ci saranno tremende “mazzuolate” doom che ritroviamo per parlare dei Soulpreacher (“Sonic witchcraft”- sapremmo che si tratterebbe di una produzione Man’s Ruin anche senza leggerlo). Suoni malati ed arcigni, voce al limite di una presunta sanità mentale, come se i Gooblehoof si fossero messi a suonare sludge. Non dobbiamo più aspettarci blues per un sole rosso ma quelli per un mondo nero che prelude al chaos.

Ultima cosa: le provocazioni sonore di queste bands corrispondono a livello uditivo a quelle visive di Kozick, che tra l’altro è l’autore delle copertine della maggior parte dei gruppi sotto contratto. Bene, per chi ha avuto il piacere di guardarle, non potrà non notare, soprattutto nelle cartoline, come, sotto le immagini da cartoon, simpatiche o buffe che siano, ci sono sempre elementi inquietanti o di disturbo che si riferiscono ad una malcelata violenza o ad una dubbia simbologia (come nei films di Russ Meyer, l’occhio attento sarà stato colpito da tali insert, anche se passati in modo subliminale). Questo evidente intento di rappresentare la propria visione della realtà americana da una prospettiva cinica e anti-establishment è, sul piano estetico formale, sicuramente efficace, poiché, come nella Pop-Art (e Kozick è fuor di ogni dubbio discendente diretto della Pop Art) tali immagini vanno a colpire direttamente l’immaginario collettivo fatto di McDonalds e Disney. La rovina dell’uomo non è da cercare nel rock

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