The D.O.T.

The-D.O.T.-Diary

The D.O.T. – Diary (Cooking Vinyl/Edel)

The Streets e The Music sono due delle tante esperienze urbane che l’Inghilterra del nuovo millennio ha partorito e poi chiuso per quella brutta malattia chiamata ‘hype’.

Non c’è motivo di credere che The D.O.T., duo formato da Mike Skinner e Rob Harvey (individui legati ai due nomi citati) non sfugga allo stesso destino poiché sappiamo bene che quell’epidemia il cui focolaio è indubbiamente in U.K. non sarà mai debellata, però il compito di non lasciarci distrarre dai rumori di fondo e giudicare serenamente solo con le nostre orecchie ed il nostro gusto sta a noi.

Diary è già la seconda prova del duo in pochissimo tempo ed anche questo in genere non è un segno troppo positivo.

Ovvie critiche a parte, quello che risalta al primo ascolto di quest’album è che The D.O.T. – può piacere o non piacere – ha i piedi saldamente piantati nel nostro tempo; questa tendenza è tipica di chi ha capito che oggi il meltin’ pot tra vecchio e nuovo risulta quasi sempre vincente perché appaga un po’ tutti i palati.

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Ed impastare i beats e i loop con l’errebì ed il soul-pop e scomodare illustri celebrità quali Steely Dan o Rod Stewart non solo è da furbi ma è anche da bravini saputelli perché dimostra che i nostri certa musica seria la ascoltano davvero.

E’ così che si alternano maliziose How We All Lie e Under A Ladder con questa vocina un po’ nasale al limite della stonatura dovuta al passo quasi narrante dell’hip-hop ad una Most Of My Time di pura scuola Donald Fagen; è così che si passa dall’apertura ad effetto di Make It Your Own che teletrasporta i Jefferson Airplane in pochi secondi di soul epico al singolo Blood Sweat and Tears (si, in effetti non si capisce bene se i ragazzi soffrano un po’ di manie di grandezza o semplicemente ci paraculano..).

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Poi il vocoder anni duemila d’obbligo a sottolineare l’attitudine stradaiola per Makers Mark, come degli  Hot Chip che invece d’essere i reginetti dell’indieclubbing fossero frequentatori dei più luridi sobborghi della City.

Dalle altezze di cotanto nobil-pop a cadute rovinose verso un manierismo televisivo alla The Voice è giusto un attimo, ma la cifra stilistica dei The D.O.T è tutta qui. La conclusione è che Diary lo ascoltate tutto e senza noia per i primi tre ascolti, qualche deejay over30 riuscirà ad infilarci anche un brano in playlist di seconda e terza serata e Mike e Rob alla fine ci faranno pure simpatia. Ok. Altro è però dire che questo disco sarà ricordato tra tre mesi.

(Questa recensione puoi leggerla anche su FreakOut Magazine)

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