English Dogs

english dogs forward

English Dogs – Forward into Battle (Rot Records) – 1985

Strani personaggi gli English Dogs: quando si formano nei primissimi anni ’80 vanno in tour con gente del giro GBH e Discharge. La scena è quella dell’anarco-punk inglese che sbatte la porta in faccia al punk ’77 ed apre la stagione dell’hardcore. Suoneranno anche al 100’s Club, lo stesso locale dove si sono esibiti i Pistols ed i Clash e già questo basterebbe per bollarli a vita come poseurs: in quella Londra in fiamme il primo  punk verrà delegittimato dai nascenti collettivi di matrice crassiana, pochi a dire il vero, ma molto motivati  e determinanti per il futuro della musica estrema non solo inglese.

Tutto ciò sarà però abbastanza ininfluente per le sorti degli English Dogs poiché con l’entrata nella band di Graham ‘Gizz’ Butt  le cose prenderanno un’altra piega. L’orientamento metal del nuovo chitarrista esige anche una voce diversa e a Pete “Wakey” Wakefield subentra Adie Bailey dagli Ultra-Violent e la ‘metal-morfosi’ si può dire compiuta.

L’operazione crossover tra il metal e l’hardcore-punk degli English Dogs è semplicemente perfetta. Lo è perché essi riescono a fondere, ad integrare i generi che più gli interessano pur lasciandoli in qualche misura intatti e visibili rispetto a quanto si sta facendo in quello stesso 1985 dall’altra parte dell’oceano. Con l’hardcore americano della seconda stagione al suo capezzale (un paio di lavori dei Black Flag e gli ultimi due degli Hüsker Dü per la SST) stanno infatti uscendo il primo album dei Megadeth, Animosity dei Corrosion Of Conformity e Spreading The Disease degli Anthrax: la rivoluzione thrash è ormai matura e ora detterà le regole della musica estrema, almeno fino alla nemesi del grindcore che ribalterà le sorti del genere e riporterà paradossalmente al centro della questione le stesse istanze che premevano a chi ha costruito la casa per allevare figli (rivelatisi poi parecchio degeneri) come gli English Dogs.

Allora potremmo semplificare dicendo che anche gli English Dogs fanno thrash ma – per quanto vero – c’è qualcosa di incompleto in quest’affermazione. Ci viene allora in aiuto la scelta dei compari americani con cui i ‘cani’ andranno in tour, proprio due tra i gruppi più atipici del thrash: quei Possessed ultra rozzi, ai confini col death (e spesso associati ad acts europei quali Venom e Celtic Frost, quindi l’heavy metal più deviato del periodo e che sta partorendo altre strane creature) ed i Voivod, per altri motivi (tecno)barbarici. Ed allora il quadro si ricompone.loca

Solo la copertina di Forward Into Battle, così poco punk e ancor meno hardcore sarebbe già sufficiente a decontestualizzare i Dogs dalla loro originaria scena di riferimento e reinserirli in un’estetica che oggi sarebbe perfetta per gli High On Fire. Il loro orizzonte simbolico infatti è pressochè lo stesso: epic-power-fantasy molto nero, corroso dal fuoco, sacrifici, battaglie e  sangue. A confrontare la cover dell’album dell’anno precedente, Invasion Of The Porky Man quasi non ci si crede che è la stessa band. Ma chi non ci crede fa bene poiché al cambio di vocalist e con l’entrata della chitarra metal di Gizz davvero gli English Dogs sono un’altra storia.

Prima di Forward Into Battle (ma con la stessa line-up) c’è però un Ep, To The Ends Of The Earth che anticipa le scorribande a venire ma che non ha la stessa visionaria potenza distruttrice ed è carente di propulsione e cattiveria hardcore, esaltando quindi la sola componente metal e confondendo la band tra le peggiori del periodo (un esempio su tutti i  Kublai Khan).

Forward Into Battle invece comincia già minaccioso con la strumentale Forward Into Line, breve presagio di sciagura a base di sinistri scricchiolii e temporali. The Final Conquest non è velocissima ma la voce di Adie Bailey è ora veramente memore di tutto un passato hardcore-punk che si reitererà in tutto l’album. Neanche lui è indenne dalla tentazione metal di far impennare l’ugola in certe enfatiche chiusure di frase ma a differenza di certi eunuchi del metal il risultato è molto più simile a quello di un hooligan ubriaco e disperato.

Veloce è invece Ultimate Sacrifice; ci si butta nella mischia speed-thrash dove guerrieri in acido vincono e muoiono. Ordeal By Fire ha perfino un’intro malinconica molto suggestiva ma la circolarità del brano non alleggerisce minimamente la rabbia repressa che cova ed al terzo minuto la chitarra spara un assolo iperveloce prima che la traccia si riadagi nuovamente nel suo letto di glorie e dolori. False Prophet è la traccia più bizzarra del lotto per la sua velocità folle su una stranissima metrica vocale. Se non fosse per la chitarra ultraspeed il brano sarebbe puro ed oscurissimo hardcore.

Wall Of Steel è il brano che forse meglio caratterizza e riassume questi English Dogs e questo album: intro doom marziale che permette alle chitarre di caricarsi come fionde e poi allo start un punk folle dalla gola scartavetrata che su quel muro d’acciaio dà violente testate. Nella parte centrale del brano l’assolo è pura musica classica nel senso speed-metal del termine. Si finisce sudati e spossati. Ma c’è ancora l’arcigna Nosferatu, la proto-sludge He That Is Bound Shall Be Freed, violenta, fangosa e cadenzata e Five Days To Death, slayeriana per quanto può esserlo una band inglese di metà anni ottanta.

Chiude la strumentale Brainstorm, di nuovo musica classica, sfoggio ed ostentazione per chi afferma che i punks non sanno suonare ma già prassi consolidata nel metallo estremo: un luogo comune che non riesce ad adombrare la sua gotica magnificenza.english-dogs

Forward Into Battle degli English Dogs, troppo metal per piacere ai punks e troppo hardcore per essere annoverato negli annali del metal, resta un raro esempio di oscuro crossover europeo e fotografa un momento di portata storica per la musica rock, quello del sodalizio di due tribù diversamente antagoniste un attimo prima della fusione totale. Pochissima gloria per questi guerrieri, giusto qualche vessillo, qualche toppa sdrucita sul chiodo di qualche thrasher che la sapeva un po’ più lunga.

 

 

 

Recensione presente su Rockline (Sezione Back To The Past)

 

 

 

 

 

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