Yoko Ono & The Plastic Ono Band

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Yoko Ono & The Plastic Ono Band – Take Me To The Land Of Hell (Chimera)

 

Fa un certo effetto vedere, ascoltare o scrivere oggi di Yoko Ono perchè ai ‘pezzi di storia’ nel  nostro tempo astorico non siamo più abituati. Lady Fluxus è ritornata senza esser andata mai via ma la sua azione ‘metapop‘ dall’alto dei suoi ottanta anni è rimasta integra.

Chi oggi ascolta un disco siglato Yoko Ono Plastic Ono Band cosa si aspetta dunque? Già immagino schiere di ascoltatori col fucile puntato pronti ad ‘impallinare la vecchia’ e non dico che qualche buona ragione non l’abbiano, ma son quasi sicuro che esse abbiano ben poco a che fare con l’arte; roba da secolo scorso insomma.

Take Me To The Land Of Hell è un disco che si ascolta con piacere perchè ha un suono che non saprei diversamente definire dal ‘suono di New York’. Esso non ha delle caratteristiche fisiche specifiche ma è ben riconoscibile. E’ un suono che non ha un tempo (benchè si possa provare a rintracciarne le origini) e sa essere pop, jazz e funk, disco e avanguardia. Sperimentale e rock. E’ un suono denso e stratificato, ma non risulta mai pesante. E’ un suono molto intellettualizzato ma la sua freschezza e la sua energia rievocano gli happenings dei sixties. E’ Un suono che osa e che accoglie le diversità. E’ il suono di quel grande melting pot che è la ‘big apple’.

Al disco hanno collaborato poi personaggi che in quanto a credibilità ed attitudine non lasciano dubbi: Nels Cline dei Wilco, due terzi dei Beastie Boys, Lenny Kravitz e Cornelius. E nella Plastic Ono Band c’è pur sempre il consanguineo Sean Lennon. E alla recente esibizione al Letterman Show quello seduto per terra (a giocare?) era ‘mr. Flaming Lips’ Wayne Coyne.

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Allora se il disco suona così non è grazie a Yoko Ono? Forse in parte è vero, ma senza la sua presenza catalizzatrice dubito che sarebbe avvenuto tutto ciò. Una volta tanto è il trademark a prevalere sulle singole individualità.

Certo, qualcuno troverà grotteschi i finti orgasmi di Moonbeams ma questa fiction alla Diamanda Galas, dopo gli esotismi iniziali, l’humus culturale newyorkese lo raccoglie tutto. Ed è ancora la singer maledetta che viene ricordata e di più nell’eccezionale Cheshire Cat Cry a base di funky freddo, avant-rock e pacifismo. Come dire Television e Laurie Anderson in un colpo solo, e sembra proprio una versione di quest’ultima con occhi a mandorla ad eseguire il gioco di Tabetai.

C’è poi Bad Dancer che è finta disco, finto hip-hop e finto funky, quindi è tutto ciò!

La sperimentazione ‘classica’ (perdonate l’ossimoro) è più evidente in Little Boy Blue che si fonde alla ballad There’s No Goodbye Between Us, sorta di torch song di chiara derivazione sixties nei modi ma assolutamente priva della retorica del genere.

Le pulsioni avant-disco di 7th Floor questa volta invece son vere, cold-dance asessuata che relaziona studio 54 e no-wave ma è la chitarra solista di N.Y. Noodle Town che legittima e spiega il disco tutto.

Toni darky nella titletrack per la prima volta nel disco (la seconda ed ultima sarà in Watching The Dawn), piano ed archi, il trionfo del classicismo in chi ha speso una vita artistica nel combatterlo e forse per questo merita un novero nel voluminoso libro dell’arte moderna. Che strani scherzi che a volte combina l’arte.

In Leaving Tim si ascolta qualcosa che ha a che fare con il cabaret e  l’ascoltatore ingrato potrebbe pensare che la signora avrebbe anche potuto risparmiarcelo, ma la signora – classe 1933, ricordiamolo – dovrà almeno divertirsi un po’ se oggi si prende la briga di fare un disco? E poi quella chitarrina manouche come si sarebbe potuta inserire diversamente?

Si finisce con Shine, Shine, cold funk tiratissimo e vagamente barricadero alla Pop Group poiché gli ultimi 15 secondi del disco che si chiamano Hawks Call consideriamoli pure un residuo dell’era Fluxus.

(Special su Freak Out Magazine)

 

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