Deadburger Factory

deadburger

Deadburger Factory – La Fisica Delle Nuvole (Snowdonia)

Deadburger in un gesto di recriminazione artistica nei confronti della fruizione musicale contemporanea mettono mano ad un’opera solo in apparenza mastodontica. Non si tratta di un album che qui si vuole recensire ma di un intero progetto che vede un box che contempla – oltre a tre dischi uniti ma separabili, un ricco booklet illustrato ed un miniposter – soprattutto anni di sperimentazione, di collusioni con il teatro, di coesistenza con la poesia, di collaborazioni illustri e di sfida al sistema-mercato della musica.

Ma procediamo con ordine.

Deadburger è la sigla con cui il collettivo toscano nato come duo tre lustri fa ha operato fino all’ultimo album.

Poi un buen retiro per dedicarsi ancora di più alla sperimentazione, alla ricerca del suono e alle sue infinite possibilità derivanti da un interplay con le varie discipline artistiche sopra menzionate.

Alla fine di questa immane – e immaginiamo per loro necessaria – fatica ne escono fuori tre albums, Puro Nylon (100%) il primo, intestato a Casini,Nistra VivonaMicroonde/Vibroplettri il secondo, rispettivamente Nistrie Casini La Fisica Delle Nuvole l’ultimo, dove finalmente appare l’antica ragione sociale Deadburger ma accompagnata da Factory, scelta adeguata che tiene fede alle originarie intenzioni collettive dei componenti.

Sottolineavo all’inizio che se tutto questo sembra ‘troppo’, in realtà così non è per due ordini di ragioni diverse: il primo è di carattere quantitativo: i tre albums sono contenuti sia nella durata complessiva che nelle singole tracce; il secondo è di tipo qualitativo: la sperimentazione dei Deadburger è scevra dal peccato originale del narcisismo onanista che affligge molte produzioni di genere e dall’edonismo nichilista che pervade i figli delle correnti post-industriali, ulteriormente accentuato dal dominio del digitale degli ultimi decenni. Deadburger Factory va in altre direzioni. Al freddo metodo Deadburger Factory contrappone emozione e sentimento. Laddove la prassi impone la sintesi Deadburger Factory propone la ricerca e la narrazione. La poesia considerata accessoria in altri ambiti, qui è di pari importanza alla musica ed in più di un frangente e con abilità artigiane il suono e la parola si fondono in un tutt’uno inscindibile.db

Tanto basti a rassicurare i nemici delle finte avanguardie che qui di finto non c’è niente. In quanto all’avanguardistico, lascerei poi al giudizio ed ai parametri dei singoli ascoltatori. Dico quanto dico confortato dalla perfetta esposizione della fisicità dei suoni. Persino quello rock come in ‘Obsoleto Blues’ che con piglio pseudo-scientifico potrebbe tramandare alle future generazioni il concetto che c’è stato un tempo in cui sussultavamo per delle onde sonore elettricamente propagate e diffuse in spazi chiusi che di rimbalzo celebravano l’epica del nulla.

Poi c’è la musica da camera o meglio quella che ci piacerebbe pensare come tale dovuta all’utilizzo prima mai sperimentato degli archi che – persino quando è venata da una surreale psichedelia letteraria come nella Fisica Delle Nuvole o corrosa dalle inquietudini dei Coil come in Re – è capace di commuovere. I testi tattili e sensoriali di Vivona che in questo caso indossa la sua veste da poeta (ma è anche bassista, discografico, regista teatrale..) fanno il resto.

Ma sarebbe ingiusto non citare anche il poeta Saviane (registrato prima della sua morte) che regala scampoli di dolce e disperata poesia, la voce di Lalli (ex Franti), il clarinetto basso di Enrico Gabrielli e la voce di Paolo Benvegnù (Cose Che Si Rompono è un bellissimo pezzo alt-rock in italiano) che non necessitano di introduzione. Tutte presenze che vanno ben oltre il concetto di ‘ospitati’ poiché il loro segno qui è materia costitutiva, allo stesso modo di quello lasciato da un wurlitzer ed una tromba che messi insieme a copulare In Ogni Dove partoriscono puro dark jazz.

Intro alla Dead Can Dance da ‘mille e una notte’ su testi neo-prog disturbati da inserti tribali in Amber e poi memorie crossover novanta tra Deus, Faith No More e Primus in Bruciando il Piccolo Padre ma voglio fermarmi dalla tentazione di un track by track che tra l’altro sarebbe più che giustificato vista la complessità, diversità ed altissimo livello tecnico ed artistico di ogni singola traccia. Meglio perdersi in questo piacevole labirinto borgèsiano in cui gli oggetti mostrano mille sfaccettature e possono essere altro da quello che sembrano. In questi cunicoli incontrerete il jazz ed il mondo dei fumetti (eccezionale la matita di Paolo Bacilieri), Vonnegut, Hollebecq e Duchamp, l’elettronica handmade e l’acustica al suo massimo splendore, la psichedelia come categoria mentale più che come genere musicale, l’improvvisazione di ascendenza freak e la massima organizzazione che paradossalmente ne può conseguire, forni a microonde che sbeffeggiano anni di cultura industrial e vibratori che assumono nuove funzioni. E dimenticherò troppe cose perchè l’overload di informazioni che questi toscani ci forniscono è davvero schiacciante.

Motivo in più per cui suggerisco l’acquisto del box il cui booklet interno saprà dare soddisfazioni, oltre al fatto che è un ottimo regalo vista l’eleganza della confezione ed il costo contenuto.

Gente – i Deadburger – che solo in Snowdonia poteva trovare casa adeguata ed approdo naturale, sorta di sanatarium ideale, anche se suggerirei un ben più consono satanarium.

Recensito su Rockline

 

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