Shed Of Noiz – Re : SoN

 

Copertina Shed of Noiz

Shed Of Noiz – Re: SoN

Se vi presentano qualcosa come stoner è naturale poi che vi aspettiate assolate distese desertiche, allucinazioni da mescalina e psichedelia pesante. Sporcizia nei suoni (ma anche nell’esecuzione), movenze robotiche ed altre amenità decisamente fuori moda le avrete messe in conto, non negatelo.Foto BandRe: SoN comincia come desert rock dalle parti di Slo Burn o uno dei tanti progetti di Brant Bjork e questo va più che bene, le fonti sono decisamente attendibili per una quarantina di minuti di ipnotico e sabbioso scapocciamento. Che non ci sarà, ma voi ancora non lo sapete e banalmente, nel gioco delle aspettative, ci avete messo dentro anche una voce catarrosa, fumosamente alcoolica, di qualcuno anche solo un po’ mentalmente devastato, acida e malevola il giusto per stabilire che lo stoner non deve essere troppo accomodante.

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E la voce di Luca Bicchielli non è così. Lui la modula e la distende avvolgendo quei suoni che vengono così ad essere contenuti. E un po’ ci si annoia.

E’ chiaro che questa però è solo una questione di prospettive sbagliate. Il grunge di InnoQui lo conferma, quello che in qualche modo ha indicato la strada che il rock alternativo avrebbe dovuto prendere nei ’90 e nei ’00. Percorsi in cui abbiamo incontrato anche fantastici acts quali i Mindfunk ad esempio, band che in qualche modo dovrebbe essere adorata dagli Shed per capacità di penetrazione. Forse è questa allora una prospettiva più corretta; quella stoner era solo deviante.

Molto alternative italiano che fu – e non facciamo i nomi che sono sempre gli stessi – ha attinto proprio al bacino grunge-noise statunitense del periodo per svecchiare il rock italiano ma facendo però anche un gran lavoro sui testi (e se non fosse stato per quelli non credo che oggi saremmo ancora qui a citarli).

Non mi sembra che quelli degli Shed Of Noiz abbiano la capacità – ma sicuramente non è il loro intento – di tagliare la realtà e quindi, anche al netto da tentazioni manieriste, si attengono ad una descrizione lirica funzionale al loro universo.

La band si trova quindi in quel crocicchio di suoni referenziali e un po’ anacronistici in cui la matrice stoner del loro suono sarebbe quasi perfetta se a loro interessasse quel discorso, l’alternative di qualche decade fa invece continua ad agire nel loro inconscio musicale (le chitarre di Aurora ricordano i Placebo del ’98) e la lingua italiana fa il resto, quasi decontestualizzando quelle interessanti dinamiche che pur ci sono come ad esempio ne Il Libro che in tal senso è la migliore perchè dà l’idea che finalmente i ragazzi si sian lasciati andare.

E’ difficile a questo punto immaginare se con un cantato in inglese o in una versione solo strumentale quello che sembrano voler portare avanti gli SoN possa essere più convincente.

Di certo, con questa voce e con questi testi in italiano si deve osare di più per affrancarsi dai modelli che essi stessi ci indicano, fuorviando più loro stessi che noi. Non facendolo, il rischio è quello di essere accomunati ad una scena ‘sbagliata’ o peggio, non far venire fuori la propria natura, il maggior peccato nel rock and roll.

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