Horseback: l’anello mancante tra Earth, Grails ed il black me†al

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Horseback – The Invisible Mountain (Relapse)

 

(recensito per la sezione Back To The Past di Rockline)

Nella scena sperimentale compresa tra drone, psichedelia e metal degli ultimi anni, uno dei nomi più interessanti è senza dubbio Horseback, progetto solista di Jenks Miller.

La sua prima emissione, The Invisible Mountain, è del 2009 ed esce per Utech Records ma già l’anno seguente il titolo entrerà nel catalogo Relapse (per i completisti ne esiste anche una versione in vinile – sempre 2010 – in edizione limitata per Aurora Borealis).

Sebbene le realizzazioni successive sotto questo monicker siano considerate dalla critica discontinue, il parere su The Invisible Mountain appare innegabilmente favorevole. Successivamente Jenks collaborerà anche con altri nomi di spicco quali Pyramids e Locrian.

Invokation che apre l’album si struttura intorno all’idea di un riff molto slow che in modo generico si potrebbe anche definire stoner; uno stoner dall’accordatura molto ribassata però, a cui non interessa l’accelerazione adrenalinica e che riverbera tutt’intorno psichedelia desertica e trascendentale e che troverebbe largo consenso tra i fans degli Earth.

La voce è un rantolo funzionale alle bestemmie del black metal, ma anch’essa appare depotenziata del naturale corredo di malvagità cui esso naturalmente si associa; un black metal sotto sedativi dunque, sgranato e depresso come potrebbero esserlo alcuni fotogrammi estratti dal film Gummo. Forse l’America che circonda Jenks Miller non è molto dissimile.

Più doom l’incipit di Tyrant Symmetry, anche se il calore analogico dei suoni che la avvolgono fanno ben comprendere che la musica di Horseback ha un intento più descrittivo, vuole narrare anzichè punire (nell’utilizzo di un certo tipo di strumentazione i Bohren Und Der Club Of Gore anche virando più verso il noir esplicito, jazzy e metropolitano, sono maestri).

E’ un racconto questo che sembra voler esprimere una desolazione grande quanto i grandi spazi in cui si esprime.

The invisible Mountain, terza traccia di quattro, si carica del solito finto canovaccio metal per poi inseguire le ormai acquisite coordinate lisergiche memori perfino dei Grails, ma laddove la psichedelia rituale del combo di Portland tende in qualche modo ad una gamma cromatica più ampia dovuta al fattore sperimentazione, qui c’è il solo tramonto color ruggine ad occupare l’orizzonte e la solitudine della bestia umana consapevole dell’indifferenza della natura di fronte al suo dolore.

Chiude questo lancinante affresco Hatecloud Dissolving Into Nothing, sedici minuti e mezzo di cullante e malinconica psichedelia ambientale che unisce alle carezze della chitarra le sospensioni aeree di certi corrieri della Kosmische Musik ’70 .

Se l’apocalisse di cui vuol ‘cantare’ Jenks fosse così, non è affatto detto che sarebbe una brutta cosa: sembra qualcosa di simile ad una dolce eutanasia.

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