M.C.N. – U cirivieddu che e’ cchinu r’acqua?!

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M.C.N. – U cirivieddu che e’ cchinu r’acqua?! (Qanat Records/Goodfellas)

M.C.N. è il progetto di Carmelo Pipitone (la chitarra dei Marta Sui Tubi), Davide Paolini (Venua), Roby Vitari (Jester Beast) ed il marsalese Giacomo Maria Carpa e questo disco potrebbe essere soggetto a diverse chiavi di lettura.

Una – l’unica con segno positivo – potrebbe essere quella che vede “U Cirivieddu..” come una dichiarazione d’affetto dei componenti verso certi ascolti degli anni novanta e quindi una buona occasione per ripassare le lezioni delle musiche estreme di quel tempo.

Un’altra potrebbe essere quella di dissacrare suddette musiche privandole del substrato ideologico cui spesso sono associate, sommergendole con l’ironia che l’utilizzo del dialetto palermitano (ma qualsiasi dialetto immagino farebbe lo stesso effetto..) conferisce, oltre alla scelta delle liriche che – per quel che son riuscito a comprendere – si attestano su dialoghi da sit-com di provincia.

Se esiste poi anche una qualità sperimentale in questa operazione (appunto la fusione di tali generi con questo idioma), noi proprio non riusciamo a coglierla (volendo prestarci al gioco, diremmo che anche il bergamasco potrebbe presentare interessanti affinità ed assonanze con il brutal, volendo).

Un mezzo peccato quindi per chi come me apprezzerebbe l’apertura hardcore pestona di Un Haio Soiddi ma si annoia con la parodia del Gioca Jouer di cecchettiana memoria di Piezz I Cuinnutu o del coretto poviano ‘ai trapanesi che fanno ooh’ della titletrack.

DCIM100GOPROInteressante la prova crossover di Bomboniera se non fosse continuamente interrotta da quello che non è propriamente uno ‘stop n’ go’ e lo stesso vale per Pari Nu Compiuter il cui growl sarebbe veramente efficace e cattivo se almeno per una volta arrivasse fino in fondo.

Anche U Benjo potrebbe essere virulenta e zorniana (o pattoniana se volete) nelle sue variazioni prima dell’entrata di quella voce cadenzata.

Un po’ così tutte le tracce, fino alla finale U cchiu foitte dal bel riff punk-hardcore fine a sé stesso.

Il senso dell’operazione in conclusione sembra quello di un ‘divertissement’ della band più che di un potenziale pubblico che fatico ad immaginarmi al di fuori della bella isola.

Ok, la lingua in questo caso è importante e forse questo disco virato nei dialetti che conosco qualche risata amara in più me l’avrebbe strappata, ma non ne sono sicuro. Mi domina un velo di amarcord piuttosto, che cala dal ricordo di cose tipo i Santarita Sakkascia che venti anni fa univano lo spirito demenziale a certi stilemi sonori, in certi casi perfino geniali (tipo John Zorn Alla Fermata del 23, all’epoca davvero ‘sul pezzo’) ma dopo un po’ mi rompevano il cazzo comunque.

Non si tratta di non saper cogliere l’ironia, ma il thrash o il grind o il noise o quel che sia alla Ficarra e Picone proprio no.

(recensito su Rockline)

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