Gianni Giublena Rosacroce/Maria Violenza: esotismi rituali e geografie mentali

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Gianni Giublena Rosacroce / Maria Violenza – split e.p. (Brigadisco)

Quando parliamo di psichedelia pensiamo essenzialmente alle variazioni artificiose apportate al rock and roll occidentale fin dalla metà degli anni sessanta. Esiste però un’altra psichedelia, che forse della precedente ne è padre e madre. Mi riferisco a quel complesso insieme di musiche di estrazione etnica che sulla componente rituale costruiscono il loro edificio ed ambiscono a raggiungere o almeno a disegnare quel concetto di trascendenza.

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Esse sono avulse dall’intellettualismo che ha permeato le prime ondate del rock psichedelico comunemente inteso ed ancor di più da quel generico ribellismo peace, love and drugs.

Da queste premesse nasce il lavoro di Stefano Isaia (già La Piramide Di Sangue e Movie Star Junkies) nel suo solo project Gianni Giublena Rosacroce.

Angkor Wat e Agua Ardiente sono due brani profondamente rituali e metafisici, slegati, scollegati da qualsiasi attualità. In essi si incontrano i Butthole Surfers di Kuntz, Ennio Morricone e mille pastori erranti dell’Asia che sbucano fuori come da un fotogramma del Vangelo Secondo Matteo di pasoliniana memoria. Desertica desolazione che porta a rivelazioni o a fughe dall’immanente.

M.V.2

Compagna d’avventura in questo split/e.p. è Maria Violenza (già Capputtini I Lignu per chi ricorda quel magnifico album collettivo noise-situazionista che era Borgata Boredom). La palermitana Cristina compie egualmente un percorso obliquo sebbene i riferimenti siano qui più facilmente riconoscibili per quell’andamento funereo che certo post-punk ha dettato. Penso a Simona Gretchen, penso all’etnobeat dei Dissidenten o a certe contaminazioni tra esotismo vintage e sperimentazione snowdoniana.  Poco più di 10 minuti per 5 brani che una volta tanto fanno la differenza quando si dice ‘ascoltare qualcosa di diverso’.

MV.5

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