Sweet Apple: la ‘lonely planet’ dell’indie per giovani 2.0

sweet

Sweet Apple – The Golden Age Of Glitter (Tee Pee)

 

Se fossimo stati nella prima metà dei novanta, per un disco così avremmo potuto uccidere.

Un disco ‘così’ vuol dire un album con dentro J.Mascis (Dinosaur Jr.), Robert Pollard (Guided By Voices) e Mark Lanegan (Screaming Trees, Q.O.T.S.A. e forse anche l’ultima band di vostro nonno).

Gli ultimi due qui sono ospiti mentre gli altri titolari (Dave Sweetapple, Tim Parnin e John Petkovic), oltre all’illustre bostoniano, sono membri ed ex di bands quali Cobra Verde e Death Of Samantha, ovvero la lunga stirpe art-rock dell’Ohio, nonché dei Witch, il progetto stoner in cui Mascis suona la batteria.

The Golden Age Of Glitter dal titolo così ammiccante ed evocativo è in realtà il secondo album dell’allegra combriccola, seguito di quel Love & Desperation del 2010 e che la cosa continui non deve stupire visto che i nostri sembrano divertirsi come ragazzini. Uno di quei casi in cui la band viene prima del disco.

Prendiamo Mascis ad esempio, il quale qui suona ora la batteria ora la chitarra senza ricordare assolutamente in quali pezzi sia presente (ma basta ascoltare per riconoscere facilmente almeno la sua chitarra, quando c’è).
Un disco fatto un po’ qui un po là da musicisti che vivono a migliaia di km. di distanza tra di loro.
Il risultato finale è qualcosa di molto easy, puro burro power-pop mediato da attitudine indie  cazzona, di quello melodico e storto dei ’90 di cui proprio i Guided By Voices ne son stati tra i portabandiera.

Sweet-AppleWish You Could Stay che apre il disco, già non fa prigionieri, anche se non ci fosse stato Lanegan a duettare… ma è così che si fa, crepi l’avarizia. Guardare il video omonimo permetterà di entrare subito nel mood dell’album e capire il ruolo non solo simbolico di aerei ed aeroporti nella sua gestazione.
Altro duetto immediatamente dopo con Reunion; stavolta tocca a Pollard con una chicca che sembra direttamente rubata agli Urge Overkill di Saturation.
In effetti quel disco del 1993, anche aspramente criticato (non solo da Steve Albini che riservò per i chicagoani grandi parolacce) ed ingiustamente dimenticato (speriamo che questa occasione possa riabilitarlo, perché non deve esserci mai gloria ad arrivare per primi?) potrebbe rendere alquanto bene l’idea di dove la dolce mela voglia andare a parare: rock arena senza lustrini, fors’anche parodia di esso, come Boys in Her Fan Club con tanto di finta standing ovation all’inizio e – dopo la coda mascisiana – alla fine.
Qualcosa di lontano dunque rispetto a quanto già fanno i Foo Fighters che invece si prendono molto più sul serio.
Dopo la dolce parentesi Let’s Take the Same Plane con Lanegan e Rachel Haden alle vocals è la volta dello psycho-garage di Another Desert Skyline, poi la sbarazzina innocenza indie di I Surrender, l’epica GBV di Troubled Sleep We Are Ruins con tanto di sax acido in libera uscita.
You Made a Fool Out of Me ci presenta l’aspetto più notturno, acustico e desertico del combo, mentre la conclusione è affidata di nuovo ad un duetto con Pollard, Under the Liquor Sign.

The Golden Age Of Glitter contiene alcuni degli elementi fondanti dell’indie rock statunitense e come tale, nella sua (im)perfezione formale può essere considerato un bignamino, una piccola guida, una lonely planet per giovani 2.0 di quel periodo aureo ma contemporaneamente assolve anche ad un’altra funzione: mostrarci come i sessanta ed i settanta sono stati vissuti da quella generazione, come sono sentiti e ricordati (stessa operazione fatta negli ’80 da gente come Hoodoo Gurus..).
Ma già abbiamo detto che anche gli Urge Overkill … ?

 

Questa recensione puoi leggerla anche su Freak Out Magazine

 

 

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