Stan Ridgway: la wave che guardava a sud

Stan Ridgway - The Big Heat

Stan Ridgway – The Big Heat (I.R.S.)

Stan Ridgway (Stanard all’anagrafe) è una figura angolare nella storia del rock americano ma che per oscure ragioni ancora non viene considerata ‘mitica’. Probabilmente questo è dovuto al fatto che è ancora vivo: non è una buona ragione.

Se questo è cio che ‘arriva’ dal pubblico contemporaneo, invero si deve anche dire che di gloria nel suo momento di maggior esposizione mediatica Stan ne ha raccolta eccome e tutt’oggi i critici, gli archeologi e gli scavengers vari del rock non lesinano incensi ed ori nei confronti di questa icona.

La storia è anche abbastanza conosciuta. Stan è il vocalist dei Wall Of Voodoo, artefici agli inizi degli anni ’80 di due albums che hanno confuso le idee a molti. Inglobati nel filone dance soprattutto per via del singolo da heavy rotation su MTV, Mexican Radio (poi ripresa anche in una celebre cover version dai Celtic Frost), i Wall Of Voodoo sono stati in realtà tra i primi ‘moderni’ a suonare il ‘gotico americano’ del sud.

Le fortissime influenze synth-pop del periodo non solo non serviranno dunque a diluire i concetti artistici alla base del gruppo californiano ma li esalteranno creando una forma di electro-art-punk, di country anfetaminico che farà entrare di diritto questi ragazzi della Città degli Angeli nel museo delle cere della new-wave.

Uscito dalla band nel 1983 – che continuerà poi con Andy Prieboy al suo posto – il primo atto solista di Stan Ridgway è The Big Heat, album che nonostante le influenze inevitabili della band di provenienza, permette di comprendere e godere della cifra stilistica e della potenza espressiva del leader.

Stan2La traccia d’apertura, omonima, è un trionfo della wave più oscura e di frontiera ove convivono synth nervosi, archi e suoni artificiali che imitano animali notturni e che lasciano intendere che il deserto è proprio lì fuori. In tutto l’album in effetti ci sono ‘suoni’ difficili da confermare – anche se un’armonica è un’armonica – visto il dispiegamento di forze dei synth e l’ossessione elettronica che ancora perdurava a metà eighties.

In Can’t Stop The Show si sente addirittura il basso di Mike Watt slappare metallico a dispetto del brano che è uno dei meno impetuosi e che inserisce anche lancinanti chitarre liquide.

Già un paesaggio ed un clima sono del tutto delineati e non si è ancora a metà dell’album.

Ad anticipazione dei percorsi futuri di Ridgway che andrà sempre più incontro alle tradizioni, c’è una Pile Driver immersa in atmosfere Tex-Mex o il giochino barocco di Rio Greyhound.

Una delle vette dell’album è Drive, She Said non inferiore alle più nevrotiche e trascinanti nenie elettroniche dei Wall Of Voodoo. Presenze lontane, vuoti, ipnosi, gestiti con grande capacità teatrale dalla voce nasale di Stan Ridgway.

Altro singolo e capolavoro dell’album, forse uno dei brani per cui è più conosciuto nella sua carriera solista è Camouflage, il ‘western’ per definizione dell’era elettronica con tanto di banjo e mandolino molti anni prima dei Sixteen Horsepower.

Se c’è un album che descrive con amara ironia e humour nero una possibile Los Angeles anni ottanta che guarda verso sud e che ha la dignità letteraria e narrativa del romanzo, del noir e del thriller, questo è The Big Heat, autoreferenziale già dal titolo.

Compulsivo e psicotico più della new wave da cui fuoriesce e ‘di confine’ tanto quanto altre rinomate bands che solo dopo dieci anni oseranno contaminarsi – certo, molto diversamente – con altri ‘discorsi’ al di fuori del rock (Giant Sand, Calexico, Black Heart Procession o la già citata band di Dave Eugene Edwards). Un artista da riscoprire, anche in virtù delle amabili derive oldies più acustiche che prenderà successivamente.

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