Eyehategod: dalla Louisiana con tanto odio

eyhEyehategod – s/t (Housecore/Century Media)

Dopo quattordici anni i signori degli acquitrini di New Orleans riemergono.

Quattordici anni vissuti pericolosamente come si poteva immaginare, tra arresti, uragano Katrina (che nella cruda realtà e senza i filtri dei media è qualcosa di meno esotico di quel che ci è apparso), dipendenze, eccessi e decessi, il più tragico quello dello scorso anno relativo al batterista e membro fondatore Joe LaCaze.

In verità non che si siano mai fermati gli Eyehategod tra live, compilation e singoli, ma tre lustri per aspettare un full-length son davvero tanti e allora la prima cosa da fare è chiamare l’album Eyehategod, come a dire ‘noi siamo gli Eyehategod e siamo qui!’.Cosa è cambiato in questi anni? Dal punto di vista emotivo, diremmo niente: il disagio, il male di vivere è lo stesso, se non peggiorato.

mike williams1Da quello espressivo invece questa consapevolezza dei propri sentimenti, questa chiarezza d’animo e di testa (certo, parlare di lucidità per gli Eyehategod può sembrare un eufemismo ma provate a comprendere ed accettare questo strano concetto..) ha permesso alla band di venir fuori con un suono più convenzionale in un certo senso o forse semplicemente più standard per quello che può essere un prodotto metal contemporaneo nonostante la ‘ruvida energia’ di cui parla Mike Williams ci sia tutta, intatta. Anzi, forse questa presunta patina di smalto sembra addirittura esaltarla maggiormente in un gioco di contrasti.

Quindi intorno sentirete dire che gli Eyehategod non sono più gli stessi e che quest’album non regge il confronto con i (capolavori?) precedenti. Un’ ovvietà dunque, eccetto per chi nel 2014 cerca ancora un In The Name Of Suffering o un Dopesick.

Eyehategod in termini di suono dimostra invece una certa continuità riprendendo il discorso interrotto in Confederacy Of Ruined Lives, album che già presentava una produzione meno marcia.

Per il resto la decadenza rabbiosa degli Eyehategod qui c’è tutta. C’è vorticoso ed incompromesso hardcore punk, i rantoli sofferenti come pretesti per lascivi giri southern, feedback lamentosi e tristi, fangosi boogie, reminescenze degli Harvey Milk, vecchi riff hard-blues e tutto il corredo che non concede nulla o quasi che vada oltre il teorema sludge da loro formulato.

I vecchi e psicotici Eyehategod come i serpenti che sguazzano nelle paludi di casa loro hanno solo cambiato pelle: ora è più traslucida e si vede meglio tutto il putrido che c’è dentro.

Se oggi il panorama sludge e dintorni è affollato fino all’imbarazzo, di fronte al senso di verità degli Eyehategod, all’ansia che provano e che provocano, alla loro disperazione terminale, non si può che provare profondo rispetto. Finalmente un grande ritorno. Lo sludge è Eyehategod.

Pubblicato per Rockline Consiglia

 

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