Perfume Genius: ed il bruco divenne regina

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Perfume Genius – Too Bright (Matador)

Quand’è che il pop diventa grande? Difficile dare una risposta univoca data la soggettività della ‘materia’.

Se penso a tutto quello che ha fatto Bowie, potrei dire che un album come Outside, di certo non tra quelli storici, per me ha rappresentato uno dei punti più alti della sua carriera proprio perchè è riuscito a sposare un ruolo, in quel caso un concept, ad un’ evoluzione nei suoni che non aveva paura di confrontarsi con la sua storia.

Allora si può dire che il pop è grande quando riesce a misurarsi con il suo tempo o meglio ad anticiparlo? Sicuramente si, per quanto non sufficiente; non è l’unica prerogativa.

Un’altra cosa che fa funzionare il pop è quando si tirano fuori tutte le pulsioni, i sentimenti, le emozioni, e lo si fa senza paura, anche se tra ciò che si tira fuori c’è la stessa paura con tutte le sue varianti, dallo sgomento al panico a tutta quella gamma di emozioni che seppur negative vengono poi esorcizzate (naturalmente questo vale per tutta l’arte, mica solo per il pop!).

UnknownRinnovamento e coraggio quindi sembrano due parole chiave. Ma quanti dischi escono ogni giorno in cui sentiamo le cose più strane o più audaci? Ancora non basta quindi.

Il pop richiede anche grandeur e magnificenza e questi tempi sottotono non sembrano ispirare tali ambizioni altrimenti non ci sarebbe tutta questa schiera di sciatti hipster ad infestare le nostre classifiche quotidiane.

Ultima cosa, e poi giuro che termino questa lunga premessa: il pop – così come fu per il rock and roll degli esordi – deve contenere un elemento di sensualità così da poter disegnare nel breve tempo di un brano, in pochi minuti quindi, il senso di peccato ma anche di redenzione.

E chi, più degli artisti che vivono una sessualità conflittuale riesce a far emergere in modo così forte tali elementi? Ecco perchè artisti come Marc Almond o Boy George, lo stesso Bowie o Lou Reed, Antony Hegarty o gli Xiu Xiu sono sempre stati molto intensi e mai ci han lasciati indifferenti: la loro natura ha sempre avuto in tal senso quella marcia in più e molti di loro sono diventati stelle assolute del pop.

E finalmente arriviamo a Perfume Genius, al secolo Mike Hadreas, che con questo terzo album, dopo aver interiorizzato i suoi demoni ma senza necessariamente averli sconfitti decide che il suo nuovo album deve essere un’altra cosa rispetto alle sue precedenti produzioni, ottimi lavori in cui la dimensione voce-piano ben descriveva quel suo mondo interiore, ma appunto, lo lasciava lì dentro quei solchi.images-1

Too Bright invece – troppo luminoso, troppo brilante, titolo programmatico, traducetelo come volete – rompe quella barriera e va oltre, rinunciando almeno parzialmente a quella pastorale di sofferenza e per farlo chiama in causa Adrian Utley dei Portishead (che suona anche basso e synth, e sappiamo tutti quanto la rivoluzione trip-hop abbia saputo dare slancio ai mondi dell’elettronica, della black music e quindi – in un certo senso – del pop) e John Parish che non occorre certo presentarvi, che suona la batteria in alcuni brani.

E tutta questa luce, di riflesso genera anche quell’oscurità che è sempre presente ma che ora spaventa di meno.

Se l’inizio di I Decline persegue il paradigma voce-piano è con Queen che si entra nel nuovo corso, quello in cui il gospel-soul di Perfume Genius si arricchisce di barocchismi sintetici e comincia la sua ascesa verso il glamour del pop ed ancor meglio lo fa con Fool, in cui quei residui ottantiani romantici incontrano certa  contemporaneità androgino-chiesastica e richiamano – senza paura – sperimentalismi vocali lontani e cori soul in punta di snapfingers.

My Body, residuo bristoliano che si muove minaccioso da un angolo remoto è tra le più oscure del lotto mentre Grid con il suo scarno synth pulsante e le sue urla è la cosa più vicina ai Suicide che si possa trovare nell’album.

E ancora gli anni ottanta che si affacciano in Longpig affrontati però con lo spirito decostruzionista contemporaneo, mentre I’m A Mother  sembra una delle confessioni psicoanalitiche a cui ci ha abituati Jamie Stewart.

Insomma, uno dei dischi più interessanti di quest’anno, tenetene conto tra poco che sarà ora di bilanci annuali e se parlare di genio può sembrare eccessivo, di certo il profumo che emana è davvero forte, di quelli che non si possono ignorare.

(Recensione su freak out magazine)

 

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