Haai Op Die Aas .. ovvero il post-punk / indierock come lo intendiamo noi

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Haai Op Die Aas – You Wish Fuckers (autoprod.)

Attivi dal 2000 e con quattro album autoprodotti, gli Haai Op Die Aas – Cristina (basso, voce) e Davide (chitarra, voce) – giungono al quinto You Wish Fuckers con la sicurezza di chi sa che le proprie influenze e le proprie passioni poggiano su basi solide.

Per entrare nel vivo della faccenda – che è una bella faccenda – farei un nome su tutti: gli indimenticati Wipers. La lezione della band di Greg Sage, con le sue strutture (post)punk semplici e dirette e quel groviglio di innocenza e ingenuità, rabbia, angst ed esplosioni ormonali – tutti elementi con cui l’indie U.S.A. ha campato di rendita per oltre venti anni – , sembra essere ben presente anche nelle memorie degli Haai Op Die Aas.

Scendendo ancora più in fondo si evidenzia meglio il carattere brumoso del duo che rievoca magnifici acts quali Unwound e Dismemberment Plan (Tuesday), ovvero il meglio della musica alternativa epica e al contempo storta degli anni novanta, ma si può andare ancora indietro fino ad una sorta di Hüsker Dü (quelli guidati però da Grant Hart) che in un assurdo temporale si ritrovano dopo una sbornia shoegaze (Teru) o alla scarnezza fortemente ritmica ed emotiva dei primi Mission Of Burma (Katsuobushi).

haaiFrammenti di pop sghembo in bassissima fedeltà (I Want You) conducono poi i veronesi a lambire la prima Louisville, quella degli Squirrel Bait senza troppi eccessi matematici (Watermelon) e ci sono perfino un paio di episodi di psichedelia (Crack Pipe e Lamar), in verità più tossica che occulta.

A parte Hudai&Kusai&Akai, traccia che inaugura l’albo e che decisamente non fà testo in quanto sembra un divertissement (anche se dura più di quattro minuti) di elettronica vintàge forse un po’ inutile (probabile esplorazione di territori futuri a venire?), si sente che gli Haai Op Die Aas il post-punk e l’indie l’han vissuto sulla propria pelle, quando questi termini avevano ancora un significato ben preciso e son bravi quando riescono ad evitare trappole che li spingerebbero dentro gli angusti contenitori del post-rock o dello shoegaze.

Peccato solo per l’ossessione lo-fi dominante, funzionale a sottolineare una certa direzione non solo estetica dei nostri ma penalizzante per brani che con suoni solo un po’ più puliti forse avrebbero maggior appeal in un pubblico noisefobico assuefatto a produzioni di tendenza.
In altre parole, a tutti i gruppuscoli che si riempiono la bocca di generi e sottogeneri ascrivibili ad epoche storiche che non hanno mai vissuto o non conoscono affatto, gli Haai Op Die Aas potrebbero dare lezioni.

su Rockline

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