Emeralds: massaggi cerebrali

Emeralds_Does_It_Look_Like_I'm_Here?

 Emeralds – Does It Look Like I’m Here (Mego)

Se c’è un gruppo che ha destabilizzato – attirando per questo anche qualche critica – chi ama racchiudere la musica negli angusti steccati dei generi, esso risponde al nome di Emeralds.
E proprio un percorso galattico di smeraldi luccicanti e meravigliosi è quello in cui ci accompagna il trio di Cleveland, John Elliott e Steve Hauschildt a synth e tastiere e Mark McGuire alle chitarre.

Già un indizio dunque, ben chiaro: questa musica ha una qualità che non è sbagliato definire ‘cosmica’.

Certamente questa attitudine profondamente visionaria non ha influenzato e quindi determinato la genesi di un album passatista facilmente etichettabile sotto la voce kosmische, neo-kraut o cose simili, ma d’altro canto neanche si può negare una comunanza con quella scena storica che non è di suono, né tantomeno ideologica, bensì di ‘effetto’, di resa finale.
D’altronde perché mai il trio avrebbe dovuto prodursi in operazioni del genere quando fino a quel momento i suoi componenti hanno alacremente lavorato in produzioni ulltraundergrond e sperimentali contese tra drone music, synth-culture ed elettronica a bassa intensità?
emeralds
Does It Look Like I’m Here agisce quindi – senza porsi il problema di volerlo – come un ponte temporale in cui gli spazi ignoti e sconfinati dell’universo vengono ridimensionati nei circuiti analogici di un sound-system non necessariamente pregiato e poi ripresi in chiave minimalista, moderna ed in un certo senso anche intima e lo-fi.
Saranno didascalici gli Emeralds in Candy Shoppe, ma non è proprio una colonna sonora a base di bolle gassose e colorate quella che ci aspetteremmo di sentire in un negozio di caramelle? E non è un territorio immaginifico tra la IDM più eterea dei Boards Of Canada e le distese partiture chitarristiche alla Mike Oldfield quello attraversato in The Cycle Of Abuse? Non c’è qualcosa dei Tortoise (anche loro spesso chiamati in causa, soprattutto all’inizio della loro carriera quando si parlava di neo-kraut) in Double Helix, oscura visione retrofuturista?
Da queste direttrici si può imbastire la trama dell’intero album, ritornando alle idee del già citato chitarrista di Reading preso tra i flutti in Genetic o a quella di un connubio felice tra computer music vintage oriented, drones e synth-culture della titletrack.
Un disco del 2010 questo che ha indicato una nuova via non ancora del tutto esplorata, agitata da uno spirito freak, sedata da pulsioni ambient e new age ma rigorosa nell’organizzare il suono nel suo spazio sospeso, impossibile, immaginario.

Back To The Past su Rockline


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