Guy Littell: nuovo album e intervista

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Guy Littell
One of Those Fine Days
(AR Recordings)


Sempre più a fuoco l’universo sonoro di Guy Littell giunto al terzo album ma primo sotto label, la giovanissima AR Recordings di Stefano Gallone (nel roster anche Jack Adamant con il suo alt-folk acustico e gli sperimentali elettronici Agate Rollings).

Saranno forse le diverse soluzioni adottate in fase di produzione, sempre a cura di Ferdinando Farro (Murotorto, Eboli), sarà la centralità della chitarra elettrica o meglio della ritrovata dimensione di  band, fatto sta che One of Those Fine Days pur mantenendo la coerenza che si riscontra nei diversi lavori di Guy Littell, sembra quello più fresco (Cheating Morning), che non teme di mostrare al mondo tutta la sua forza melodica (So Special); in una parola, quello con meno ombre.
E forse è anche quello dal mood più seventies nel senso americano del termine (Don’t Hide), sebbene quelle amabili pieghe british anni dieci del nuovo millennio continuano ad essere ben presenti ed intrecciate nell’impianto folk-rock tirato su da Guy Littell.

Nella traccia Old Soul è inoltre presente anche la chitarra di Kevin Salem, songwriter e producer statunitense che ha lavorato con moltissimi artisti importanti del panorama a stelle e strisce (da Yo La Tengo a Rachael Yamagata, per citarne un paio tra i più famosi).
La cosa che ci piace oltremodo è che più il nostro songwriter si mostra solare e diretto, a favore di un appeal sempre maggiore per il suo pubblico, più sembra che egli suoni innanzitutto per sé stesso  noncurante di cosa possa pensarne il resto del mondo. E questo è cool!

(Recensito per Freak Out Magazine)

Gaetano copiaL’INTERVISTA

La copertina di One Of Those Fine Days potrebbe essere interpretata in due modi, ambedue molto didascalici. La versione che mi convince di più è quella ottimistica e speranzosa, che vede il cielo nero pesto arretrare a favore di un azzurro luminoso, benchè “del doman non v’è certezza” essendo l’orizzonte formato da una fila di alberi posta sulla sommità di una collina in salita che non permette di scorgere il paesaggio sottostante. Il pessimista invece corre via dalla luce, a rotta di collo giù per la collina, mentre la tempesta avanza. Chi ha ragione? Magari l’hai scelta solo perché è un’immagine dall’ampio respiro.

La foto è stata scattata da me nell’Aprile del 2012 in Irlanda, esattamente a Greystones, nella contea di Wicklow e l’ho scelta perché mi piaceva molto e ho pensato potesse essere perfetta come copertina di un disco.


Finalmente una label. Ma alla fine cosa cambia davvero nell’averla quando si è underground?

Qualcosa cambia, perché è bello che qualcuno abbia deciso di investire su di te in maniera concreta, come si faceva un tempo. E’ stimolante, è una novità. Poi sull’essere underground non so cosa dirti, non sto li a pensarci, posso solo dire che mi impegno per far si che la mia musica arrivi a più persone possibili, seguendo la mia strada.


Quando ho cominciato a scrivere di te era un periodo in cui c’erano anche altri artisti campani impegnati in progetti molto interessanti. Mi piaceva pensare ad un rinascimento napoletano che non è mai avvenuto, e non certo per i vostri meriti artistici ma perché sembra che la città ed il suo tessuto socio-culturale favoriscano di più le iniziative individuali a discapito di possibili situazioni collettive, corali.

Io credo che attualmente ci siano diverse piccole realtà. Ognuna di queste piccole realtà porta avanti la sua idea di musica quindi in teoria, volendo, ognuno potrebbe trovare “il suo posto”, se si ha voglia di condividere con altri, di far parte di qualcosa. Ma la si può pensare anche diversamente, ognuno deve vivere il proprio rapporto con la musica come meglio crede. Le forzature non danno mai buoni frutti. Just be yourself, e se vuoi startene “da solo” ben venga.


Traccia brevemente la tua parabola artistica attraverso i tuoi lavori. Come sei evoluto e cosa è cambiato da un disco all’altro?

Non saprei, cerco sempre di mantenere vivo un certo impeto legato all’onestà e spero di riuscire a trasmetterlo. Molte scelte sono fatte al momento, può esserci un’idea di base ma non puoi sapere come andrà in studio e questo mi piace. Posso dire che la novità per questo disco è che le parti di chitarra elettrica, a parte in un paio di occasioni, per la prima volta dal mio ep d’esordio, sono state suonate da una persona diversa da me e Ferdinando e ritengo che Luigi Sabino dei The Valium abbia fatto un eccellente lavoro.

La critica che ho sentito più spesso nei tuo confronti è relativa alla tua vocalità. Che tu non sia un fanatico del belcanto è evidente, ma quante voci atipiche, sempre sul punto di spezzarsi o di stonare, abbiamo incontrato ed amato nella storia del rock? Tenendo fuori i pesi massimi come Neil Young prima che ci prendano per cretini, quanta passione trasudava dalla voce impastata di un Nikki Sudden? Quanta magia in quella sgraziata e tirata in una Strange dei Galaxie 500? Parlo di questi artisti e band perché so che rientrano in quel range stilistico che ami. La domanda è: che rapporto hai con la tua voce?

Canto come mi viene, mi lascio guidare dalle emozioni. La magia e la passione dei Galaxie 500 e di Nikki Sudden sono immense come anche quelle trasmesse da Jeffrey Lee Pierce, e aggiungerei anche i brividi che ci ha donato il mai abbastanza lodato Paul Westerberg. E mi piacciono molto anche la voce e il modo di cantare di John Frusciante.

Pensi di portarlo in giro quest’album? O meglio, lo farai con la band, visto che dal vivo è la dimensione solistica quella in cui maggiormente ti riconosciamo?

Si, ho messo su davvero una bella band e stiamo cercando date, anche con l’aiuto di un booking agent. Della band, batterista e bassista li conosco da 20 anni ed è bello ritrovarli al mio fianco in questa bella e nuova avventura. Alla chitarra solista invece c’è Cristian, col quale mi sono trovato subito in sintonia, mi piace davvero tanto il suo modo di suonare.

L’altra volta Steve Wynn, ora Kevin Salem. Importanti nomi americani che non è facile trovare nei dischi di altri italiani anche più conosciuti. Questa cosa mi diverte moltissimo.

Beh, diciamo che tra chi artisticamente è vicino a me, in Italia, le collaborazioni con artisti a stelle e strisce non sono poi così infrequenti. Quella con Steve Wynn è stata tutta farina del mio sacco, nel senso che chiesi di aprire il concerto a Napoli, ci riuscii e siamo rimasti in contatto. L’incontro con Kevin Salem lo devo invece al mio buon amico Matt Waldon, bravissimo cantautore della provincia di Padova, i cui album sono stati prodotti da Kevin. E’ stato lui ad offrirsi di suonare e io, ovviamente lusingato, ho subito accettato. Suona la chitarra elettrica su uno dei miei brani preferiti dell’album, Old Soul.

Concludo chiedendoti 3 tra gli album dell’anno appena concluso che ti son piaciuti e perchè.

Non ho ascoltato tantissimo, comunque direi Anything Could Happen dei Bash & Pop, band di Tommy Stinson, bassista dei Replacements, perché è davvero un gran bel disco rock, senza fronzoli, con belle canzoni. Poi scelgo In Spades degli Afghan Whigs, disco viscerale ed ispirato, pieno di energia. E concludo con Antisocialites degli Alvvays, band canadese che conoscevo solo di nome già da tempo. Mi piace perché mi rilassa senza annoiarmi.


 Ascolta One Of Those Fine Days su Spotify

 

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